Programma e Storia degli Eventi Blue Days

Non è mai stato solo una questione di stampare una locandina e sperare che non piovesse. Chi ha vissuto le prime edizioni del Blue Days sa bene di cosa parlo. All’inizio era tutto molto più “sperimentale”, se vogliamo usare un eufemismo gentile per descrivere il caos organizzativo di mettere su un festival internazionale in Italia partendo quasi da zero. Ma è proprio in quel disordine creativo che abbiamo trovato la nostra identità.

Guardando indietro, scorrere la lista di tutti gli eventi che abbiamo ospitato è un po’ come leggere il diario di bordo di una nave che ha attraversato tempeste e mari calmi. Siamo partiti con un paio di amplificatori valvolari e tanta buona volontà, per arrivare a gestire setup che farebbero invidia a produzioni ben più blasonate. Il programma non è mai stato statico; è cresciuto organicamente, anno dopo anno, alimentato dai feedback del pubblico e, onestamente, da quello che noi organizzatori volevamo ascoltare.

La “Cucina” del Palinsesto: Come nasceva il Mix

C’è sempre stato questo mito che per fare una lineup di successo servano algoritmi o studi di marketing complessi. Balle. La verità, almeno per il Blue Days, è molto più terra-terra. La selezione degli artisti nasceva spesso da discussioni infinite (e a volte accese) fino alle tre del mattino, ascoltando vinili o demo scricchiolanti.

Il nostro obiettivo non era fare “pedagogia musicale” o creare una vetrina asettica. Volevamo il sudore. Volevamo gente che sul palco ci lasciasse l’anima.

Prendete ad esempio la scelta di mescolare il blues più radicato con il soul e certe sfumature jazz. Sulla carta, ai puristi potrebbe far storcere il naso. Ma poi, quando vedi – e senti – la Treves Blues Band che tira giù il teatro con un’armonica che sembra gridare, capisci che le etichette lasciano il tempo che trovano. Abbiamo avuto Raul Midon, un fenomeno che con una chitarra fa quello che solitamente fanno tre musicisti, e l’abbiamo messo nello stesso calderone di band rock italiane emergenti che avevano una fame incredibile.

Oltre i Grandi Nomi: La Filosofia del “Sottobosco”

Non ci siamo mai nascosti dietro i grandi headliner. Certo, servono per vendere i biglietti, è inutile negarlo. Ma il vero succo del festival, quello che ti faceva tornare l’anno dopo, era quello che succedeva prima e dopo il main event.

  • Spesso le sorprese migliori arrivavano dalle band di apertura, quelle che suonavano alle sette di sera con il sole ancora alto e il soundcheck fatto di fretta. Lì vedi chi ha stoffa.
  • Ricordo distintamente un anno in cui il pubblico era venuto per un big americano, ma è andato via parlando solo del trio jazz di Bologna che aveva suonato nel pomeriggio.
  • La regola era semplice: se non ci faceva battere il piede durante le selezioni, non finiva sul palco, indipendentemente da quanti follower avesse sui social.
  • Abbiamo sempre cercato di bilanciare le leggende internazionali con il talento italiano, perché onestamente, il livello tecnico che abbiamo qui in Italia, specialmente nel circuito soul e blues, non ha nulla da invidiare a Chicago o New Orleans.

Dalle Piazze ai Teatri: L’Atmosfera degli Eventi

Uno degli aspetti che ha reso il Blue Days un punto di riferimento non era solo “chi” suonava, ma “dove” e “come”. L’acustica di una piazza italiana d’estate ha un fascino tutto suo, ma porta con sé sfide tecniche che non vi immaginate nemmeno. Umidità che scorda le chitarre, riverberi incontrollabili dei palazzi storici… eppure, il suono che usciva fuori aveva un calore irripetibile.

Abbiamo strutturato il festival su tre pilastri principali, ognuno con una sua vibrazione specifica:

1. I Concerti Main Stage

Questi erano il cuore pulsante. Luci piazzate, volumi alti, la folla. Qui passavano i nomi grossi. Ma non aspettatevi il distacco da stadio. Anche nei concerti più affollati, abbiamo sempre cercato di mantenere quella connessione intima tra artista e pubblico. Se eri in prima fila, potevi vedere le gocce di sudore sulla fronte del bassista. Se eri in fondo, il suono ti arrivava comunque dritto allo stomaco grazie a un impianto audio su cui, lo ammetto, abbiamo speso gran parte del budget ogni anno. Ne valeva la pena.

2. Le Jam Session Notturne

Se i concerti erano la parte ufficiale, le jam session erano l’anima illegale del festival. Quando il palco principale spegneva le luci, i musicisti (spesso anche i big che avevano appena finito di suonare) si spostavano nei club convenzionati o nelle aree più piccole.

È qui che succedeva la magia vera. Niente scaletta, niente prove. Ho visto chitarristi rock improvvisare su basi funk con tastieristi jazz che non avevano mai incontrato prima di quella sera. Erano momenti di caos puro, a volte musicalmente sgangherati, altre volte sublimi. Se vi siete persi queste nottate, vi siete persi metà del Blue Days.

3. Workshop e Incontri (Video Highlights)

Non volevamo che il festival fosse solo passivo. “Guardami, suono, applaudi”. No. Abbiamo introdotto masterclass dove i ragazzi potevano sedersi a due metri dal loro idolo e chiedere: “Come diavolo fai quell’accordo?”.

Questi momenti sono stati documentati spesso nei nostri video highlights delle edizioni passate. Non erano lezioni accademiche noiose. Erano chiacchierate tra musicisti, dove si parlava di vita on the road, di come gestire il fallimento di un pezzo, e di tecnica brutale. Vedere un maestro del blues spiegare il bending a un ragazzino di quindici anni è una di quelle cose che ti riconciliano con il mondo.

Foto, Ricordi e Quello che Resta

Oggi, navigare in questa sezione del sito serve a ricostruire quel puzzle. Abbiamo raccolto migliaia di scatti. Non solo le foto patinate dei fotografi ufficiali, ma anche quelle un po’ sfocate fatte dal pubblico, o i “dietro le quinte” con i cavi arrotolati male e i panini mangiati al volo prima di salire sul palco.

La nostra galleria fotografica storica è forse la risorsa più preziosa che abbiamo. È lì che vedete com’era davvero l’atmosfera. Noterete come è cambiato il pubblico negli anni, come si sono evoluti gli strumenti, e come il festival stesso ha cambiato pelle pur rimanendo fedele a quella matrice blues e soul.

Scorrendo l’archivio degli eventi passati, troverete i dettagli delle venue, le date originali e, per molti concerti, le setlist che sono state suonate. Per i collezionisti di memorie musicali, è una miniera d’oro. Capita spesso che ci scrivano persone dicendo: “Ero lì nel 2016 quando ha smesso di piovere proprio all’inizio dell’assolo di chitarra!”. Ecco, queste sono le cose che contano.

Il Blue Days non è stato solo una serie di date sul calendario. È stato un luogo fisico e mentale dove la musica suonata, quella vera, senza autotune e senza trucchi, è stata l’unica protagonista indiscussa. Quindi fatevi un giro tra le pagine degli eventi passati. Magari ci trovate quella serata a cui eravate presenti anche voi, o scoprite che il vostro chitarrista preferito è passato di qui due anni prima di diventare famoso in tutto il mondo. Buona esplorazione.

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