Blue Days 2014: Un Anno di Rock Blues

Se devo essere onesto, riguardando gli hard disk di archivio di quell’anno, il 2014 sembrava un’altra era geologica rispetto a oggi. Non tanto per la musica in sé, che per fortuna invecchia meglio del vino, ma per l’aria che si respirava sotto certi palchi.

Il Blue Days 2014 non è stato un’edizione “di transizione” come molti critici pigri amano definire le annate in cui non ci sono i Rolling Stones in cartellone. È stato l’anno in cui abbiamo deciso di sporcarci le mani. Se le edizioni precedenti erano state eleganti, quasi da teatro, il 2014 è stato l’anno in cui il “Rock” ha deciso di entrare di prepotenza nel nostro “Blues”. E guardando questa galleria fotografica, si vede tutto: il sudore, le luci meno patinate, quel senso di urgenza che solo una chitarra distorta sa darti.

Il contesto: Perchè il 2014 è stato diverso

Vi parlo da archivista che ha passato le ultime tre notti a catalogare raw files e scatti sfocati che profumano ancora di birra sgasata. L’Italia musicale di quel periodo stava cambiando pelle. I grandi festival iniziavano a soffrire la crisi dei budget, e noi del Blue Days ci trovammo davanti a un bivio: tagliare sulla qualità o rischiare tutto sull’identità?

Abbiamo scelto l’identità. Ma un’identità più ruvida.

Scorrendo le immagini di questa pagina, noterete subito che manca quella perfezione statica tipica delle riviste patinate. C’è molta grana. C’è molto movimento. Questo perché il 2014 è stato l’anno del contatto fisico tra artista e pubblico. Non c’erano transenne chilometriche a separare la prima fila dallo stage. Se Raul Midon sputava l’anima nel microfono, te la sentivi addosso.

I Protagonisti: Non solo nomi su un poster

Parliamoci chiaro, quando annunciammo la lineup, qualcuno storse il naso. “Ma come, Raul Midon? Non è troppo raffinato per il rock-blues che promettete?”. Chi c’era, quella sera, sa che è stata una delle più grandi lezioni di musica dal vivo mai viste in Italia.

Ecco cosa mi è rimasto impresso rivedendo il materiale:

  • Non serviva una band intera quando Raul saliva sul palco. C’è una foto, circa a metà galleria, dove si vede la tensione delle corde della sua chitarra mentre esegue quel suo slap percussivo impossibile. Lui da solo riempiva lo spettro sonoro che di solito occupano in quattro.
  • La gente smise letteralmente di parlare. Sembra banale, ma ai festival italiani c’è sempre quel brusio di fondo fastidioso. Quella sera, durante “State of Mind”, sentivi solo il ronzio degli amplificatori e il respiro del pubblico. Un silenzio religioso che poi esplodeva in applausi liberatori.
  • La tecnica, quella vera, non ha bisogno di artifici. Midon non aveva pedaliere grandi come astronavi. Aveva le mani. E in un’epoca in cui si iniziava a abusare di backing tracks, vedere un uomo e il suo strumento combattere ad armi pari è stato… beh, necessario.

Il Puma di Lambrate e la Treves Blues Band

Poi c’è il capitolo Fabio Treves. Guardate le foto in bianco e nero verso la fine della sezione. Il “Puma” non è solo un armonicista, è un pezzo di storia culturale italiana che cammina. Nel 2014 la Treves Blues Band celebrava decenni di carriera, ma vi giuro, sembravano dei ragazzini al primo live.

C’è uno scatto particolare che amo: Fabio è di spalle, con il braccio alzato, e davanti ha una marea di gente. Non è la posa da rockstar studiata. È un momento di connessione pura. Il rock blues italiano, quello suonato con la “cazzimma”, passava tutto da lì. Alex “Kid” Gariazzo alla chitarra faceva cose che in America si sognano, mescolando quel fraseggio delta blues con scariche elettriche che ti spettinavano.

In quell’edizione, la Treves Blues Band non ha suonato “per” il pubblico, ha suonato “con” il pubblico. Ricordo distintamente che durante il soundcheck c’erano già duecento persone attaccate alle transenne solo per vederli provare i cavi. Quella è dedizione.

L’Emergenza del Rock Blues

Perché abbiamo chiamato questa sezione “Un Anno di Rock Blues”? Perché nel 2014 il confine tra i generi è saltato definitivamente. Fino all’anno prima, nei forum specializzati (sì, si usavano ancora tantissimo i forum), c’era la solita guerra tra puristi: “Questo non è blues, è rock!”, “Questo è troppo commerciale!”.

Nel 2014 ce ne siamo fregati. Abbiamo alzato il volume degli amplificatori valvolari.

Se guardate i dettagli delle foto dei palchi minori, noterete una predominanza di Gibson Les Paul e Fender Stratocaster collegate a Marshall che spingevano aria come dannati. Il suono non era pulito, caldo e rotondo come nel jazz. Era tagliente. Era sferragliante. Era vivo.

Le band emergenti che abbiamo ospitato quell’anno avevano capito una cosa fondamentale: il blues non è una progressione di accordi, è un’intenzione. E se la tua intenzione è spaccare tutto, allora sei nel posto giusto. Ricordo un trio di ragazzi bolognesi che aprì la seconda giornata; non avevano nemmeno un nome decente, ma il chitarrista suonava con una bottiglia di birra vuota usata come slide. Sporco, imperfetto, magnifico.

Dietro l’obiettivo: La fotografia del 2014

Voglio spendere due parole tecniche su questa galleria, perché merita. Oggi con gli smartphone che fanno tutto in automatico ci siamo dimenticati cosa voleva dire fotografare un concerto dieci anni fa in condizioni di luce precaria senza far sembrare tutto un pastrocchio digitale.

I fotografi ufficiali del Blue Days 2014 hanno fatto un miracolo. Hanno lavorato quasi tutti in analogico o con reflex digitali di prima generazione che soffrivano terribilmente gli ISO alti. Il risultato è quella grana che vedete. Non è un filtro di Instagram messo dopo. È il sensore che urla.

Ci sono tre elementi ricorrenti in questi scatti che raccontano la storia del festival meglio di qualsiasi recensione scritta:

  • Il fumo di scena era ovunque. Oggi si usa con parsimonia, ma nel 2014 c’erano momenti in cui non vedevi nemmeno il batterista. Questo ha creato dei tagli di luce quasi cinematografici nelle foto, con i raggi dei fari che tagliano il buio come lame.
  • Le espressioni facciali non sono ritoccate. Vedete le rughe, vedete le vene sul collo dei cantanti, vedete la fatica. Oggi tendiamo a piallare tutto, a rendere tutti belli e lisci. Qui c’è la realtà cruda della performance fisica.
  • Il pubblico non guardava i telefoni. Questa è la cosa che mi colpisce di più. Se zoomate sulle foto della folla, vedrete facce, occhi, mani alzate. Non vedrete quella distesa di schermi luminosi che oggi è la norma. La gente era lì, presente nel momento, non impegnata a fare una storia per chi non c’era.

L’eredità di quell’edizione

Cosa ci ha lasciato il Blue Days 2014? Molto più di qualche bella foto e un paio di video sgranati su YouTube.

Ha dimostrato che in Italia c’era fame di musica suonata, non campionata. Ha dimostrato che si poteva mettere sullo stesso palco un mostro sacro del virtuosismo acustico come Raul Midon e una band di blues elettrico milanese, e il pubblico avrebbe amato entrambi alla follia.

Dopo il 2014, molti altri festival hanno iniziato a contaminare le loro lineup. “Se l’ha fatto il Blue Days, possiamo farlo anche noi”, si diceva in giro. Abbiamo sdoganato l’idea che il Blues non debba per forza essere triste e lento, ma possa essere una festa rumorosa e liberatoria.

Mentre sfogliate questa galleria, vi consiglio di mettere su un vecchio disco, magari proprio qualcosa della Treves Blues Band di quel periodo, o “Don’t Hesitate” di Midon. Chiudete gli occhi un secondo tra una foto e l’altra. Se vi concentrate, potreste quasi sentire l’odore della polvere alzata da migliaia di piedi che battevano a tempo, e il ronzio elettrico di una notte che, a modo suo, ha fatto la storia della nostra piccola, grande comunità musicale.

Buona visione. E per chi c’era: grazie di aver fatto casino con noi.

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