C’è un momento preciso, durante certi concerti, in cui capisci che la serata sta per prendere una piega diversa. Di solito succede verso le dieci e mezza di sera. L’aria estiva italiana si è appena appena rinfrescata, c’è quell’odore inconfondibile di asfalto e birra alla spina, e sul palco del Blue Days le luci si abbassano di colpo.
Fino a quel momento magari hai sentito un ottimo blues elettrico, la batteria ha martellato, la Treves Blues Band ha fatto il suo dovere (e lo fa sempre dannatamente bene, diciamocelo). Ma poi, eccolo lì. Il cambio di passo.
Esce lei.
Non sto parlando di una cantante specifica, ma di quella presenza. Le edizioni del Blue Days ci hanno regalato una sfilata di voci femminili Soul che, onestamente, ci hanno spettinato. Scrivendo per questo sito e curando le gallery fotografiche anno dopo anno, ho imparato una cosa: quando una donna attacca un pezzo soul su un palco italiano, la dinamica cambia. Non è più solo musica da ascoltare battendo il piede. Diventa una faccenda fisica.
Oltre la tecnica: questione di “pancia”
Spesso mi chiedono quale fosse il criterio per definire “memorabile” una performance al Blue Days. La tecnica? Sì, certo, serve. Ma ho visto diplomati al conservatorio annoiare a morte platee intere e ho visto cantanti autodidatte far piangere uomini adulti in prima fila.
La differenza, quella vera, sta nel graffio. Le voci femminili che abbiamo ospitato e raccontato su queste pagine avevano tutte un denominatore comune: l’imperfezione perfetta.
Ricordo una serata in particolare. Il nome dell’artista ora mi sfugge – o forse preferisco tenerlo per me come un segreto geloso – ma ricordo che attaccò una cover di Etta James, I’d Rather Go Blind. Un classico, direte voi. Roba sentita mille volte. Esatto. Ma è lì che vedi la fuoriclasse.
Non l’ha cantata “bene”. L’ha cantata come se le avessero appena strappato il cuore dal petto dieci minuti prima nel camerino. La voce si rompeva, riprendeva fiato in ritardo, sporcava le note. Era devastante. Era Soul.
Cosa cercavamo (e trovavamo) in quelle voci
Quando selezionavamo le foto per le gallery del sito o scrivevamo i report dei concerti, ci accorgevamo che le performance femminili soul avevano delle caratteristiche che le distinguevano nettamente dal resto della line-up blues o rock. Non è una lista della spesa, è più una raccolta di sensazioni che chi c’era può confermare.
Il controllo del silenzio è tutto.
Sembra un paradosso per un festival musicale, ma le grandi voci soul sanno quando stare zitte. Lasciano quella frazione di secondo di vuoto tra una strofa e l’altra che crea una tensione incredibile. Il pubblico smette di masticare il panino, smette di parlare. In quel silenzio c’è tutta la potenza dell’esibizione.
Non cantano per il pubblico, cantano *contro* qualcuno.
Hai mai avuto l’impressione che la cantante sul palco stesse litigando con un fantasma? Il soul al femminile, quello vero che abbiamo visto al Blue Days, ha spesso questa rabbia di fondo. Che sia un amore finito, un’ingiustizia o semplicemente la fatica di vivere, quella grinta deve uscire. Se sorridi troppo mentre canti il Blues, non ti credo.
La gestione del microfono come strumento fisico.
Guardando le nostre vecchie foto, noti un dettaglio. Le cantanti soul non tengono il microfono come i rocker. Lo accarezzano, lo stritolano, lo allontanano di mezzo metro quando urlano a pieni polmoni per sfruttare l’acustica naturale della piazza. È un balletto ipnotico.
L’interazione con la band è un dialogo, non un monologo.
C’è questo sguardo che la cantante lancia al bassista o all’organista Hammond prima di un bridge. Un cenno del capo, un sopracciglio alzato. “Seguimi, adesso improvviso”. E in quel momento, il concerto esce dai binari previsti e diventa magia pura. Lì capisci che non c’è base registrata, non c’è trucco.
Dietro l’obiettivo: fotografare l’anima
Gestire la sezione foto del sito Blue Days è stato un lavoro sporco ma qualcuno doveva pur farlo. E vi assicuro che fotografare una cantante soul è difficilissimo.
Perché? Perché sono in continuo movimento emotivo. Se scatti nel momento sbagliato, ottieni solo una faccia contorta in una smorfia strana. Ma se becchi il momento giusto – magari con quella singola goccia di sudore che scende sulla guancia, gli occhi chiusi, la mano aperta verso il cielo – hai catturato l’essenza del festival.
Ho gigabyte di foto scartate dove l’illuminazione era perfetta ma mancava il pathos. E poi ci sono quei pochi scatti, sgranati, magari con la luce rossa che brucia tutto, che però ti fanno sentire la voce anche solo guardando il monitor. Quelle erano le immagini che finivano in homepage. Quelle erano le immagini che facevano dire alla gente: “Cavolo, dovevo esserci”.
Il Soul non è solo americano
Un errore che facevamo spesso all’inizio era pensare che le “Voci” dovessero per forza arrivare da Chicago o Memphis per essere autentiche. Il Blue Days ci ha insegnato il contrario.
Abbiamo visto artiste italiane e europee salire su quel palco con una credibilità spaventosa. Certo, Raul Midon è un mostro sacro e quando è venuto ha portato un’aura internazionale pazzesca. Ma la sorpresa di scoprire che una ragazza della provincia italiana potesse tirare fuori una voce nera, profonda, piena di sabbia e whisky… beh, quella è una soddisfazione diversa.
È la dimostrazione che il Soul non è una questione geografica. È uno stato mentale. È la capacità di prendere una melodia e torcerla finché non ne esce tutto il succo.
“Non mi interessa se prendi la nota alta. Mi interessa se mi fai credere che quella nota era l’unica cosa che ti restava da dire.”
Questa frase me la disse un vecchio tecnico del suono durante un soundcheck, mentre sistemava i cavi sotto un sole cocente. Non l’ho mai dimenticata. Riassume perfettamente spirito di quelle serate.
Perché ci manca tutto questo
Riguardando oggi l’archivio del Blue Days, i video sgranati fatti con i cellulari di qualche anno fa, le scalette scritte a pennarello, sale un po’ di malinconia. Il festival era un contenitore, certo, ma il contenuto erano le emozioni.
Le voci femminili che hanno attraversato la nostra storia non erano solo intrattenimento. Erano un richiamo. Ci ricordavano che la musica dal vivo è insostituibile. Puoi ascoltarti Aretha su Spotify in altissima qualità, con le cuffie da 300 euro, e sarà bellissimo. Ma essere lì, in mezzo a trecento, mille persone, con l’umidità che ti si appiccica addosso, e sentire una voce umana che spinge al limite delle sue possibilità senza filtri, senza autotune, senza rete di protezione…
Quello è il Blue Days. Quello è il motivo per cui abbiamo costruito questo archivio. Per non dimenticare come ci si sente quando una voce ti attraversa lo stomaco e ti lascia lì, un po’ stordito, a chiedere il bis mentre le luci si riaccendono.
