Se chiedete in giro, nove persone su dieci vi diranno che il Blues è “quella musica triste dei campi di cotone”. Che banalità. È come dire che la pasta è solo farina e acqua bollita. Tecnicamente vero, ma vi state perdendo tutto il sapore.
La verità è che il legame tra l’Italia e le dodici battute è molto più complesso, sporco e interessante di quanto si legga nei manuali scolastici. Non siamo nati sul delta del Mississippi, non abbiamo avuto la segregazione razziale nello stesso modo degli Stati Uniti, eppure, c’è stato un momento preciso in cui l’Italia ha smesso di cantare solo “amore-cuore-fiore” e ha iniziato a sentire il bisogno di graffiare le corde di una chitarra in modo diverso.
Scrivo di musica da una vita e vi dico una cosa: il Blue Days non era solo un festival. Era una di quelle rare occasioni in cui questo strano matrimonio tra cultura mediterranea e disperazione americana prendeva forma fisica. Ma prima di parlare di come abbiamo portato gente come Raul Midon sui nostri palchi, facciamo un passo indietro. Dobbiamo capire come diavolo è arrivata questa roba qui da noi.
Il grande equivoco: L’arrivo del Blues in Italia
Siamo onesti: negli anni ’50 in Italia non si capiva niente di black music. I dischi arrivavano con il contagocce, spesso portati dai soldati americani o da qualche marittimo che faceva la spola con New York. Chi ascoltava musica seriamente all’epoca non sentiva Muddy Waters direttamente. Sentiva Elvis. Sentiva il Rock and Roll.
Il vero “contagio” è avvenuto in differita, grazie agli inglesi. Negli anni ’60, ragazzi come Eric Clapton e Keith Richards studiavano i vecchi bluesman americani come fossero scienziati in laboratorio, li rielaboravano, alzavano il volume degli amplificatori e ci vendevano il risultato come “British Invasion”.
In Italia, l’abbiamo bevuta subito. I gruppi beat italiani, quelli che vedevate col caschetto in bianco e nero alla RAI, spesso suonavano standard blues senza nemmeno saperlo. Era tutto un grande equivoco culturale, ma ha preparato il terreno. La gente iniziava ad abituarsi a quella scala pentatonica, a quel senso di ripetizione ipnotica che è l’ossatura del genere.
Dalle cantine ai palchi: La “nostra” scena
Poi è arrivato il Sessantotto, e le cose si sono fatte serie. La musica non era più solo intrattenimento per ballare il sabato sera; era diventata politica, rabbia, espressione sociale. E qual è la musica della sofferenza e della rivendicazione per eccellenza? Esatto.
Ricordo perfettamente il cambio di atmosfera. Non si cercava più il suono pulito. Si cercava il suono “vero”. Nacquero le prime vere band di blues italiano, gente che non si limitava a copiare, ma cercava di interpretare. È qui che emergono figure mitologiche.
- Parliamo di Roberto Ciotti. Se avete visto i film di Marrakech Express, conoscete la sua chitarra. Lui aveva capito che il blues non deve per forza essere gridato; può essere sussurrato, può essere acustico e tagliente come un rasoio. Non faceva il verso agli americani, suonava come uno che ha vissuto i problemi di Roma, non di Chicago, ma con la stessa intensità.
- Non possiamo ignorare Guido Toffoletti. Un personaggio incredibile. Ha suonato con i grandi, ha vissuto quella vita “on the road” che molti sognano e basta. Quando imbracciava la chitarra, non c’era finzione. Era ruvido.
- E ovviamente, c’è il capitolo enorme della Treves Blues Band. Fabio Treves, il “Puma di Lambrate”. Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo decine di volte e ogni volta è una lezione di storia. Lui non ha solo suonato; ha fatto divulgazione. Ha spiegato agli italiani che l’armonica non è un giocattolo per bambini, ma uno strumento che può farti piangere se sai come soffiarci dentro.
La Treves Blues Band, che abbiamo avuto l’onore di ospitare nelle edizioni passate del Blue Days, rappresenta proprio questo ponte. Hanno preso un genere nato a migliaia di chilometri di distanza e lo hanno reso comprensibile al pubblico di provincia italiano, senza annacquarlo. Impresa non da poco.
Il ruolo cruciale dei Festival: Perché il Blue Days contava davvero
L’Italia è un paese strano. Abbiamo teatri d’opera magnifici che cadono a pezzi e piazze di paese che, per due sere d’estate, diventano l’epicentro della musica internazionale. La cultura blues in Italia è sopravvissuta grazie ai festival, non grazie alla radio. La radio commerciale questo genere l’ha abbandonato anni fa.
Il Blue Days nasceva proprio con questa filosofia: creare un hub. Non bastava mettere quattro musicisti su un palco e vendere birre calde. L’idea era celebrare la contaminazione tra blues, soul, jazz e rock. Perché, parliamoci chiaro, i confini tra questi generi sono molto più sfumati di quanto piaccia ammettere ai puristi.
Prendete un artista come Raul Midon. Lo abbiamo avuto in lineup e vederlo dal vivo è stato uno shock per molti. Tecnicamente è jazz? È soul? È pop acustico? Chi se ne frega. L’attitudine è quella del bluesman: un uomo, uno strumento, e la capacità di tenere in pugno una folla intera solo con il ritmo. Quando il Blue Days organizzava questi eventi, l’obiettivo era proprio mostrare queste sfumature.
La logistica della passione
Organizzare un festival di questo tipo in Italia è un incubo logistico, ve lo garantisco. Tra permessi, acustica delle piazze (che sono fatte di pietra e fanno rimbalzare il suono ovunque tranne che dove serve) e il meteo imprevedibile. Eppure, è lì che si crea la magia.
Dalle nostre gallerie fotografiche storiche emerge proprio questo: non vedete solo foto di gente che suona. Vedete il sudore. Vedete i cavi aggrovigliati sul palco, che per un appassionato sono parte dell’estetica quanto la chitarra stessa. Il nostro sito serviva a questo: non solo a dire “il concerto è alle 21”, ma a documentare che quella cosa è successa davvero. I video highlights che abbiamo raccolto negli anni non sono semplici clip; sono la prova che in un determinato anno, in un determinato luogo, l’energia era palpabile.
Il Blues oggi: Nicchia o Rinascita?
Spesso mi sento chiedere se il blues in Italia è morto. Guardate, se cercate le classifiche di Spotify, sì, è morto e sepolto. Ma se andate nei club, quelli piccoli, con l’odore di legno vecchio e birra versata per terra, è vivissimo.
C’è una nuova generazione di ragazzi italiani che sta riscoprendo l’analogico. Sono stufi della perfezione digitale, dell’autotune che appiattisce tutto. Vogliono sentire il ronzio dell’amplificatore valvolare. Vogliono sentire l’errore, la nota “sporca” che rende l’esecuzione umana. Festival come il Blue Days hanno seminato questa voglia.
Il lascito di eventi come il nostro va oltre la singola serata. Ha creato una comunità. Quando scorrete le liste dei performer che hanno calcato i nostri palchi — dai giganti internazionali alle band locali che aprivano le serate — state leggendo la storia di una resistenza culturale. Il blues, in fondo, è proprio questo: resistenza. È la capacità di prendere una situazione difficile (o un mercato discografico che ti ignora) e trasformarla in qualcosa di bello.
Oggi, il sito di Blue Days rimane come archivio e testimonianza di tutto questo. Per chi vuole capire davvero cosa significa suonare questa musica in Italia, vi consiglio di perdervi nelle nostre sezioni di archivio. Guardate come cambiavano le strumentazioni negli anni, come il pubblico reagiva diversamente al Soul rispetto al Chicago Blues più elettrico.
La cultura blues in Italia forse non riempirà gli stadi di San Siro, ma ha radici profonde come una quercia. E finché ci sarà qualcuno disposto a farsi venire i calli sulle dita per tirare fuori quel *bending* perfetto sulla terza corda, noi saremo qui ad ascoltare.

