Diciamocelo chiaramente: quando si parla di beneficenza o di “impegno sociale”, nove volte su dieci scatta quel meccanismo di difesa automatico. Vi aspettate il solito discorso infiocchettato, pieno di parole come “sinergia”, “sostenibilità” e “visione olistica”. Ecco, se state cercando quel tipo di lettura, avete sbagliato pagina. Chiudete pure qui.
Blue Aid Italia non è nata in una sala riunioni con l’aria condizionata. È nata nel fango, letteralmente. È nata mentre smontavamo il palco dopo un concerto della Treves Blues Band, con le orecchie che ancora fischiavano per l’armonica e la schiena a pezzi. È nata guardando cosa restava quando la musica finiva e le luci si spegnevano: il territorio.
L’Italia è un paese strano. Siamo capaci di organizzare festival musicali incredibili in piazze medievali che il mondo ci invidia, portiamo artisti del calibro di Raul Midon in borghi dove abitano trecento anime, ma poi spesso ci dimentichiamo che quegli stessi luoghi, il giorno dopo, devono continuare a vivere. Blue Days è stato il motore musicale, la festa, il rock e il soul. Blue Aid è quello che succede il lunedì mattina.
Oltre la Musica: Perché “Blue”?
Qualcuno mi ha chiesto, durante l’edizione passata, perché ci chiamiamo “Blue Aid”. Pensava fosse solo un richiamo al genere musicale, al Blues. Certo, c’è quello. Il Blues è la musica di chi ha sofferto ma non ha mai smesso di cantare. Ma c’è di più.
In Italia, specialmente nelle aree interne dove spesso abbiamo portato i nostri eventi, c’è una sorta di “malinconia operativa”. Vediamo scuole di musica che chiudono perché non possono pagare il riscaldamento. Vediamo centri giovanili con strumenti che cadono a pezzi. Il nostro impegno è nato lì. Non volevamo essere quelli che arrivano, suonano, vendono birra e se ne vanno lasciando solo i sacchi della spazzatura.
Volevamo lasciare qualcosa che durasse più di un assolo di chitarra.
Non Firmiamo Assegni a Vuoto: I Nostri Progetti sul Campo
Ho lavorato nel terzo settore per quindici anni e ho visto troppi soldi finire in “spese di gestione” o in progetti fantasma. Quando abbiamo deciso di strutturare il braccio sociale di Blue Days, ci siamo dati una regola ferrea: concretezza quasi maniacale.
Non finanziamo “idee”. Finanziamo cose che si possono toccare. Se guardate le nostre gallerie fotografiche delle passate edizioni, vedrete spesso non solo i musicisti sul palco, ma anche dove sono finiti i proventi di quelle serate.
Ecco come operiamo realmente, senza filtri:
- C’è stato il caso della scuola di musica nell’Appennino bolognese. Avevano una batteria che stava letteralmente insieme con il nastro adesivo. Non abbiamo mandato un bonifico. Siamo andati in un negozio di strumenti, abbiamo caricato una Pearl Export nuova di pacca sul furgone e l’abbiamo portata noi stessi. Vedere la faccia dei ragazzi quando l’hanno montata vale più di mille report annuali.
- Il supporto legale e burocratico per i piccoli centri culturali. Sembra noioso, vero? Eppure, in Italia, la burocrazia uccide l’arte più della mancanza di fondi. Abbiamo pagato commercialisti e consulenti per permettere a tre associazioni locali di mettersi in regola e accedere ai bandi europei. Senza quel “pezzo di carta”, avrebbero chiuso.
- Borse di studio, ma quelle vere. Non diamo soldi alle famiglie sperando che li usino bene. Paghiamo direttamente le rette ai conservatori o alle accademie private per talenti che abbiamo scovato durante i nostri open mic. Abbiamo un ragazzo, pianista jazz formidabile, che oggi suona a Parigi. Senza quel supporto iniziale, probabilmente oggi farebbe tutt’altro.
Il Ruolo dei Volontari (Quelli Veri, Non Quelli da Instagram)
Parliamo dei volontari. E per favore, toglietevi dalla testa l’immagine patinata dei ragazzi che sorridono con la pettorina pulita per la foto di rito. I nostri volontari spesso puzzano di sudore, sono stanchi e a volte anche un po’ incazzati perché qualcosa è andato storto.
Ed è per questo che li amo.
Durante l’ultimo festival, mentre gestivamo l’afflusso per il main stage, un gruppo di ragazzi locali (parte del progetto “Blue Work”) ha gestito l’intera logistica del backstage. Non si trattava solo di portare acqua. Si trattava di imparare un mestiere. Imparare come si cabla un palco, come si gestisce un rider tecnico complesso, come si parla con un tour manager isterico perché manca l’asciugamano nero specifico che l’artista voleva.
Questo è Blue Aid per noi: formazione sul campo. Molti di quei ragazzi oggi lavorano come tecnici audio o luci. Non gli abbiamo fatto un corso teorico in aula; gli abbiamo messo in mano i cavi XLR e gli abbiamo detto “fai in modo che funzioni”.
Un Aneddoto Personale: La Chitarra di Marco
Devo raccontarvi questa cosa successa un paio di anni fa, perché spiega tutto meglio di qualsiasi statuto.
Eravamo in un piccolo comune del Centro Italia, uno di quei posti colpiti duramente dallo spopolamento. Avevamo organizzato una serata Blues acustica. Viene da me questo signore anziano, Marco. Mi dice che suo nipote ha il talento nelle mani, ma lui con la pensione minima non può comprargli nemmeno una chitarra classica decente, figuriamoci un’elettrica.
Io ero lì, stressato per il soundcheck che era in ritardo. Potevo liquidarlo con un “ci mandi una mail”. Invece, quella sera, abbiamo deciso di devolvere l’incasso del merchandising (magliette, CD, poster) direttamente a quella causa specifica, lì, su due piedi.
Alle due di notte, contavamo le banconote stropicciate sul tavolo del bar del paese. La mattina dopo, Marco e suo nipote sono andati a scegliere lo strumento. Non è beneficenza da grandi numeri. È micro-chirurgia sociale. Risolvere un problema piccolo, subito, definitivamente.
Le Sfide che Nessuno Racconta
Sarebbe facile dire che è tutto bellissimo. Non lo è. Fare del bene in Italia è difficile quasi quanto fare impresa.
Ci scontriamo quotidianamente con muri di gomma. Hai i fondi pronti per ristrutturare una sala prove comunale? Bene, preparati ad aspettare sei mesi per un timbro dell’ufficio tecnico. Vuoi donare attrezzature a una scuola pubblica? Devi passare attraverso il consiglio d’istituto, la delibera, l’inventario. A volte ti passa la voglia.
È frustrante. Ci sono giorni in cui vorremmo solo suonare e basta. Ma poi pensi che se molli tu, che hai un minimo di struttura alle spalle grazie al festival, chi altro lo farà? Il piccolo comune in dissesto finanziario? Improbabile.
La nostra filosofia è diventata quella dell’ariete: se la porta è chiusa, proviamo dalla finestra. Se la finestra è murata, scaviamo sotto. Troviamo partner privati, aggiriamo la burocrazia statale lavorando tra privati, facciamo accordi diretti con i fornitori.
Come Potete Aiutarci (Senza Necessariamente Aprire il Portafoglio)
Ovviamente, le donazioni servono. I soldi sono la benzina. Ma se siete finiti su questa pagina, probabilmente siete appassionati di musica. Magari avete visto i video highlights delle scorse edizioni e avete sentito quella vibrazione.
Ecco cosa serve davvero a Blue Aid Italia oggi:
- Competenze. Siete avvocati? Commercialisti? Esperti di marketing? Abbiamo bisogno di ore pro bono molto più che di 50 euro. Una consulenza legale giusta ci può far risparmiare migliaia di euro che poi finiscono in strumenti musicali.
- Spazi. Se avete capannoni dismessi, sale vuote, cantine agibili. La mancanza di spazi aggregativi per la musica è il cancro della provincia italiana. Dateci le chiavi, noi pensiamo a pulire, insonorizzare e portare la corrente.
- Strumenti usati. Non rottami, per favore. Ma se avete una Fender che prende polvere o un amplificatore che non accendete dal 1998, non vendetelo su internet per pochi spiccioli. Donatecelo. Lo rimetteremo a nuovo (abbiamo liutai volontari bravissimi) e lo metteremo in mano a qualcuno che lo farà urlare di nuovo.
Guardando al Futuro
Blue Days continuerà a portare grandi nomi. Continueremo a riempire le piazze e a farvi ballare. Ma Blue Aid è la nostra assicurazione sulla vita per la musica in Italia. Vogliamo creare un ecosistema dove il prossimo grande musicista blues o rock possa nascere in un paesino di 2000 abitanti, semplicemente perché ha avuto accesso a uno strumento e a una stanza dove fare rumore senza che i vicini chiamassero i carabinieri.
Il nostro impegno è locale, sporco, faticoso e incredibilmente gratificante. Non stiamo salvando il mondo, stiamo solo cercando di accordarlo un po’ meglio.
Se volete vedere dove sta andando il progetto, date un’occhiata al calendario eventi. Spesso, prima dei grandi concerti, organizziamo incontri aperti per spiegare cosa stiamo facendo nella zona. Venite a farvi una birra con noi, parliamone a quattr’occhi. È così che nascono le cose migliori.
