Blue Aid: Musica e Solidarietà

Se credete che organizzare un festival musicale sia solo questione di amplificatori, soundcheck infiniti e contratti da firmare nel cuore della notte, beh, vi manca un pezzo del puzzle. Un pezzo grosso. Quello che non si vede guardando il palco principale, ma che si sente forte e chiaro quando le luci si spengono.

Qui al Blue Days, tra un assolo di chitarra e una birra rovesciata nel fango (succede sempre, inutile negarlo), abbiamo capito quasi subito che la musica non poteva bastare a se stessa. Il Blues, il Soul, sono generi nati dalla sofferenza, dal bisogno di riscatto. Non sono musiche da ascoltare seduti in poltrona sorseggiando tè. Sono urla. E allora, come potevamo noi portare sul palco queste sonorità e poi voltarci dall’altra parte rispetto ai problemi reali del mondo, o anche solo del nostro quartiere?

Così è nato Blue Aid. Non è un ente a parte, non è una “divisione aziendale” dal nome carino. È semplicemente il nostro modo di dire: “Ok, ci stiamo divertendo, ma facciamo in modo che tutto questo casino serva a qualcosa di concreto”.

Dalla Musica all’Azione: Non è la solita beneficenza

Siamo onesti per un attimo. La parola “beneficenza” a volte sa di vecchio, di cene di gala noiose dove gente ricca firma assegni per sentirsi meglio. Il nostro approccio è molto più sporco, nel senso buono del termine. È pratico. È nato nei backstage, parlando con gli artisti – gente come la Treves Blues Band o quel genio di Raul Midon – e rendendoci conto che chi suona questa musica ha una sensibilità diversa.

Blue Aid funziona come un collettore. Usiamo la potenza di fuoco del festival – la visibilità, il traffico sul sito, le migliaia di persone che vengono sotto il palco – per convogliare risorse verso chi ne ha un bisogno disperato. E non parlo di “sensibilizzare l’opinione pubblica”, che spesso vuol dire tutto e niente. Parlo di comprare macchinari, finanziare pasti, ricostruire tetti.

In questi anni, scorrendo i nomi nella nostra lineup artisti, non avete visto solo musicisti. Avete visto, senza saperlo, i primi sostenitori di questo progetto. Molti di loro hanno rinunciato a parte del cachet, o hanno autografato strumenti che abbiamo venduto all’asta (ricordo ancora una chitarra andata via a un prezzo folle dopo un rilancio dell’ultimo secondo), tutto per alimentare il fondo Blue Aid.

Come ci muoviamo (e dove finiscono i soldi)

Gestire le donazioni è un incubo burocratico in Italia, ve lo dico da coordinatore che passa più tempo con le carte che con gli artisti. Ma ne vale la pena per la trasparenza. Abbiamo deciso di non disperdere le risorse in mille rivoli. Scegliamo pochi progetti, mirati, dove possiamo andare a toccare con mano il risultato.

Ecco come abbiamo strutturato i nostri interventi più recenti, evitando accuratamente le solite raccolte fondi generiche:

  • Il focus principale è spesso sanitario. Abbiamo collaborato con realtà ospedaliere locali per l’acquisto di strumentazione pediatrica specifica. Non avete idea di quanto costi un singolo monitor multiparametrico finché non devi comprarne tre. Vederli accesi e funzionanti in reparto, però, ripaga di tutte le notti insonni passate a organizzare i concerti.
  • C’è poi il capitolo emergenze. Quando il territorio chiama – che sia per un’alluvione o per situazioni di crisi sociale improvvisa – Blue Aid prova ad esserci subito. Non inviamo soldi a caso, ma compriamo beni di prima necessità. Se servono generatori, compriamo generatori. Se servono stivali e pale, portiamo quelli. La musica insegna il tempo, il ritmo: arrivare tardi in questi casi è come sbagliare l’attacco di un pezzo, rovini tutto.
  • L’istruzione musicale per chi non se la può permettere. Questo è un pallino nostro. Crediamo che regalare uno strumento a un ragazzino in difficoltà sia meglio che regalargli un tablet. Abbiamo finanziato borse di studio in scuole di musica partner. Alcuni di quei ragazzi oggi suonano divinamente, e magari un giorno finiranno nelle nostre gallerie fotografiche ufficiali, non più come spettatori ma come protagonisti.

Le Facce Dietro al Progetto

Vi ho citato prima Raul Midon. Chi ha visto il suo concerto sa di cosa parlo. Un uomo che ha trasformato la sua cecità in una visione musicale che la maggior parte dei vedenti si sogna. Quando abbiamo parlato con lui di Blue Aid, non c’è stato bisogno di spiegare nulla. Lui capisce che la musica è servizio. Lo stesso vale per il “Puma” di Lambrate, Fabio Treves. Quando la Treves Blues Band sale sul palco, porta con sé cinquant’anni di storia e un’umanità debordante. Avere endorsement di questo calibro non serve solo a vendere biglietti, serve a dare credibilità a quello che facciamo quando la musica finisce.

Se sfogliate la nostra storia delle edizioni passate, troverete tracce di questo impegno ovunque, anche se magari all’epoca non ci avete fatto caso. Quel banchetto in fondo a destra vicino al bar? Eravamo noi. Quei volontari con la maglietta diversa dagli altri? Sempre noi.

Perché lo facciamo?

Potrei dirvi “per un mondo migliore”, ma suonerebbe falso. Lo facciamo perché amiamo questa musica e rispettiamo le sue radici. Il Blues è nato nei campi di cotone, il Jazz nei bordelli e nelle strade povere di New Orleans. Queste note grondano sudore e fatica. Fare un festival patinato, perfetto, ignorando il contesto sociale, sarebbe un insulto a quella storia.

Blue Aid è il nostro modo di restituire qualcosa. Il festival attira migliaia di persone, crea un’energia pazzesca. Sarebbe uno spreco termodinamico, lasciatemi passare il termine, disperdere tutta quell’energia solo in applausi. Noi cerchiamo di incanalarla.

Trasformare l’entusiasmo in aiuto concreto

Spesso mi chiedono: “Ma io vengo solo per sentire il concerto, devo per forza donare?”. Assolutamente no. Il bello è che sostieni Blue Aid anche solo essendoci.

Una parte del ricavato della biglietteria tecnica, per esempio, copre i costi operativi permettendoci di destinare le donazioni dirette al 100% ai progetti. Oppure, comprando quel merchandising che poi indosserete fino a consumarlo, state finanziando il prossimo intervento.

C’è un meccanismo che abbiamo rodato negli anni e che funziona sorprendentemente bene:

  • Le aste di fine festival sono il momento più divertente. Immaginatevi un batterista stanco morto che ci consegna le bacchette usate durante il live. Per lui sono legno scheggiato, per un fan sono una reliquia. Abbiamo visto gente litigare (amichevolmente, quasi sempre) per una setlist scarabocchiata e macchiata di caffè. Quei soldi? Tutti nel fondo solidarietà.
  • Il recupero delle eccedenze. Spesso nel catering dei festival si butta via una quantità di cibo vergognosa. Noi abbiamo attivato canali per donare tutto il cibo intatto e non consumato alle mense locali la stessa notte del concerto. Non costa nulla, basta organizzarsi, ma per qualcuno fa la differenza tra mangiare o no il giorno dopo.

Guardare avanti

Ogni anno, quando pubblichiamo i video highlights dell’edizione appena conclusa, io vado a cercarmi non i momenti musicali migliori, ma i secondi in cui si vedono i nostri volontari. Sono stanchi, spesso sporchi, ma sorridono. Blue Aid continuerà a crescere finché ci sarà il Blue Days.

Non abbiamo la presunzione di salvare il mondo con una chitarra pentatonica. Ma sappiamo per certo che possiamo migliorare la giornata, o la vita, di qualcuno. E se possiamo farlo ascoltando della gran bella musica, onestamente, non vedo modo migliore di spendere il nostro tempo.

Se volete saperne di più sui progetti attivi quest’anno o avete un’idea da proporci, non cercate moduli complicati. Venite al festival. Cercate lo stand Blue Aid. Ci troverete lì, probabilmente a discutere di quale sia stato il miglior assolo della serata, pronti a spiegarvi come il vostro biglietto si sta trasformando in aiuto reale.

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