Diciamocelo chiaramente: quando vedete la dicitura “Admin” o “Staff” in calce a un articolo su questo sito, probabilmente vi immaginate un’entità astratta, un algoritmo o magari uno stagista annoiato che copia e incolla comunicati stampa. La realtà dietro Blue Days è decisamente più caotica, rumorosa e piena di caffeina.
Dietro questo account non c’è una sola persona. C’è il sudore di chi ha passato anni a montare cavi XLR sotto il sole di luglio, a discutere con i tour manager per quell’amplificatore valvolare specifico che sembrava introvabile in tutta Italia, e a gestire un archivio digitale che oggi serve da memoria storica per il blues, il soul e il jazz che abbiamo portato sui nostri palchi.
Se siete qui, è perché volete capire chi muove i fili. O forse volete solo sapere chi incolpare se un link nella galleria fotografica non funziona (spoiler: probabilmente è colpa del server, ma ci prenderemo noi la responsabilità).
Non è tutto oro quel che luccica (è sudore)
Organizzare un festival musicale internazionale in Italia è un’arte strana. Metà del tempo la passi a selezionare artisti incredibili come la Treves Blues Band o talenti unici come Raul Midon, cercando di creare una lineup che abbia un senso narrativo e non sia solo un’accozzaglia di nomi famosi appiccicati su un poster. L’altra metà? L’altra metà è pura sopravvivenza logistica.
Quando leggete un recap di un concerto su queste pagine, quello che non vedete è il lavoro sporco che rende possibile quella “magia”. La pagina “Admin” rappresenta un collettivo di professionisti che ha imparato sul campo – letteralmente, spesso in mezzo al fango – cosa significa gestire un evento live.
Non usiamo termini come “sinergia” o “filosofia esperienziale”. Qui si parla di cose pratiche. Si parla di far arrivare un furgone carico di strumenti attraverso le ZTL dei centri storici italiani senza prendere tre multe al minuto. Si parla di sound check fatti alle due del pomeriggio con 35 gradi all’ombra, sperando che il mixer digitale non decida di andare in protezione termica proprio prima del sound della cassa.
I ruoli chiave: Chi fa cosa (senza giri di parole)
Invece di annoiarvi con un organigramma aziendale che non leggerebbe nemmeno mia madre, vi racconto come è diviso realmente il lavoro qui dentro. Se pensate che l’organizzazione si divida in compartimenti stagni, non avete mai lavorato in un festival. Qui tutti fanno tutto, ma ci sono delle specializzazioni che sono emerse per necessità, disperazione o talento naturale.
- Chi si occupa della Direzione Artistica ha il compito ingrato di dire “no” a cento band per dirne “sì” a una. Non è cattiveria, è questione di equilibrio. Bisogna capire se quel gruppo rock si sposa bene dopo un set acustico jazz o se il pubblico ne uscirà traumatizzato. Ho visto direttori artistici passare notti insonni solo per decidere l’ordine di uscita di due headliner.
- C’è poi la squadra tecnica, quelli che vivono nell’ombra. I fonici di palco e di sala. Gente che comunica a gesti e che può rovinare o esaltare un concerto muovendo un fader di due millimetri. Se il suono su questo sito vi sembra ben descritto o se i video rendono giustizia, è perché chi scrive ha orecchie allenate a distinguere un fruscio di massa da un feedback artistico.
- La gestione dei contenuti web – ovvero quello che state leggendo – è diventata la nostra nuova frontiera. Prima l’obiettivo era riempire la piazza; ora è mantenere vivo l’archivio. Caricare centinaia di foto, taggare correttamente ogni musicista, assicurarsi che la biografia di quell’artista soul di Chicago sia accurata e non presa da Wikipedia. È un lavoro di precisione, quasi monastico.
- Non dimentichiamo la logistica pura. In Italia, questo significa una cosa sola: burocrazia. Permessi, SIAE, piani di sicurezza, transenne. Chi si occupa di questo ha la pazienza di un santo e la determinazione di un bulldozer. Senza di loro, il “Blue Days” sarebbe rimasto solo un’idea su un pezzo di carta.
L’approccio “Blue Days” alla musica
Perché abbiamo deciso di mantenere questo hub digitale anche dopo la fine degli eventi dal vivo? Semplice. La musica dal vivo è effimera per definizione. Una volta che l’ultima nota di chitarra si spegne e le luci si alzano, tutto ciò che rimane è il ronzio nelle orecchie e il ricordo.
Noi non ci stiamo. Il team dietro questo sito lavora per cristallizzare quei momenti. Quando pubblichiamo una galleria fotografica, non stiamo solo riempiendo spazio server. Stiamo cercando di farvi sentire l’odore della birra rovesciata, il calore dei faretti PAR 64 (o dei LED, se vogliamo essere moderni ed ecologici), e l’vibrazione dei subwoofer che ti colpisce lo sterno.
Abbiamo imparato a nostre spese che la documentazione è importante quanto l’evento stesso. Quante volte abbiamo visto festival meravigliosi sparire nel nulla perché nessuno si era preoccupato di fare un video decente o di scrivere un reportage accurato? Troppe.
Dalla console al codice HTML
Il passaggio dal gestire cavi di potenza al gestire righe di codice non è stato immediato. Molti di noi preferiscono ancora l’odore dello stagno per saldature a quello di un ufficio climatizzato. Ma c’è una similitudine sorprendente.
Costruire una pagina web che funzioni è un po’ come fare il setup di un palco. Devi avere una base solida (il server come il palco), una struttura chiara (il layout come le americane per le luci) e poi devi riempirla di contenuti che emozionino (il testo e le foto come gli artisti).
Se trovate un errore di battitura in un articolo, consideratelo come una nota stonata in un assolo di blues: aggiunge carattere. Significa che a scrivere c’è una persona vera, che magari stava scrivendo alle tre di notte dopo aver rivisto i video dell’edizione passata, e non un software di generazione automatica.
La “Rider” Policy della nostra redazione
Proprio come le band hanno i loro “rider” (le liste di richieste tecniche e di ospitalità), anche noi che gestiamo il sito abbiamo le nostre regole non scritte. Ci teniamo a condividerle per farvi capire come lavoriamo:
- Verifichiamo le fonti musicali come se fossero cablaggi elettrici. Prima di scrivere che un artista ha suonato con Miles Davis, controlliamo tre volte. Le leggende metropolitane nel jazz e nel blues sono infinite, noi cerchiamo di attenerci ai fatti.
- Le foto non si toccano più del necessario. Niente filtri pesanti che fanno sembrare un concerto rock un servizio di moda. Il sudore deve vedersi. La grana della pellicola (o il rumore digitale ISO 3200) fa parte del gioco.
- Rispettiamo i tempi della musica. Non pubblichiamo clickbait. Se una recensione o un approfondimento richiede tre giorni per essere scritto bene, ci prendiamo tre giorni. La fretta la lasciamo alle classifiche pop.
Un archivio vivo, non un museo polveroso
Muoversi tra le pagine di Blue Days deve essere come sfogliare una collezione di vinili ben tenuta. L’account “Admin” serve a garantire che questa collezione non prenda polvere. Aggiorniamo le biografie, verifichiamo che i video highlight siano ancora online e rispondiamo – quando possibile – alle richieste dei fan che cercano quella specifica setlist del 2015.
C’è un certo orgoglio nel vedere come, anni dopo, le persone tornino qui per cercare informazioni su un concerto specifico. Significa che il lavoro fatto in quelle notti insonni, a smontare palchi sotto la pioggia o a codificare video fino all’alba, ha avuto un senso.
Quindi, la prossima volta che leggete un articolo firmato da noi, sappiate che dietro non c’è una redazione asettica. C’è gente che ha discusso per ore se il suono di quella Stratocaster fosse troppo acuto, gente che ha mangiato panini stantii nel backstage pur di non perdersi l’assolo di batteria, e gente che crede fermamente che il blues, il soul e il rock non siano solo generi musicali, ma modi necessari per sopravvivere alla quotidianità.
Benvenuti nel nostro backstage digitale. Non serve il pass, entrate pure.
