Treves Blues Band al Blue Days

Se c’è una certezza nel panorama musicale italiano, una specie di costante matematica che attraversa decenni di mode passeggere e synth-pop, è quella figura barbuta con l’armonica in mano che risponde al nome di Fabio Treves. Al Blue Days, la presenza della Treves Blues Band non è stata semplicemente “un concerto nel programma”. È stata una dichiarazione d’intenti.

Chiunque abbia frequentato un festival blues degno di questo nome in Italia sa che prima o poi ci si imbatte nel “Puma di Lambrate”. E meno male, aggiungo io. Perché mentre molti festival internazionali tendono a riempirsi la bocca di grandi nomi d’oltreoceano – spesso costosi e talvolta un po’ spompati – il Blue Days ha capito una cosa fondamentale: il blues non ha passaporto, ma ha un’anima locale che va rispettata. E in Italia, quell’anima risiede a Milano, nasce nel 1974 e non ha mai smesso di sudare sui palchi di provincia.

Raccontare la Treves Blues Band al Blue Days significa raccontare un pezzo di storia che si rifiuta di andare in pensione. Non stiamo parlando di una tribute band che fa il compitino. Stiamo parlando di gente che ha suonato con Frank Zappa (sì, quel Zappa), che ha diviso il palco con la Blues Brothers Band originale e che, onestamente, ha insegnato a mezza Italia cosa diavolo fosse una “blue note” quando ancora la radio passava solo canzonette.

Non è solo musica, è una missione (dal 1974)

Bisogna essere chiari su un punto: suonare blues in Italia negli anni ’70 era roba da pazzi visionari. Mentre il resto del paese inseguiva cantautori impegnati o il rock progressivo più complesso, Fabio Treves ha deciso che la sua strada era quella delle 12 battute, del Mississipi (o del Lambro, che metaforicamente non è così diverso se ci metti lo spirito giusto) e dell’armonica a bocca.

La cosa affascinante della TBB (Treves Blues Band) è la coerenza. In un mondo musicale dove gli artisti cambiano genere come si cambiano i calzini per inseguire l’algoritmo di turno, Treves è rimasto lì, solido come una roccia.

Al Blue Days, questa storia si è sentita tutta. Non appena attaccano il primo pezzo, senti che non stanno “provando” a suonare blues. Loro sono il blues. La chitarra di Alex “Kid” Gariazzo non cerca di imitare i neri americani; ha trovato una sua voce, rispettosa ma personale, che dialoga con l’armonica del capo in un modo che puoi ottenere solo dopo migliaia di chilometri macinati sullo stesso furgone.

Sul palco del Blue Days: sudore e armonica

Ricordo bene l’atmosfera durante il loro set. C’è sempre quel momento, ai festival, in cui il pubblico è un po’ distratto, magari in fila per una birra o a chiacchierare del più e del meno. Poi sale sul palco la TBB. Fabio prende il microfono, fa qualche battuta in quel suo milanese ruspante che ti fa sentire subito a casa, e l’aria cambia.

È una questione di mestiere, certo, ma anche di empatia. Ecco cosa ho visto succedere sotto il palco:

  • I puristi del jazz, quelli che di solito stanno a braccia conserte in fondo alla sala a giudicare gli assoli, hanno iniziato a battere il piede. Non puoi resistere a quel groove, è fisico.
  • Gente che non aveva mai sentito un blues in vita sua si è ritrovata a cantare i ritornelli. Treves ha questo dono: rende il blues accessibile, toglie quella patina di “musica colta e triste” e la restituisce al popolo. “Blues alle masse”, come recita il suo storico slogan.
  • La sezione ritmica non ha perso un colpo neanche per sbaglio. Massimo Serra alla batteria è una macchina, uno di quei batteristi che non deve fare i numeri da circo per farsi notare, perché tiene in piedi la baracca con una solidità che fa paura.

Durante il concerto al Blue Days, hanno tirato fuori i classici. Non parlo solo di cover di Willie Dixon o Elmore James, ma dei loro pezzi che ormai sono diventati standard nel circuito italiano. Sentire l’armonica di Treves tagliare l’aria umida della sera è un’esperienza che ti riconcilia con la musica suonata, quella vera, senza basi preregistrate o autotune.

Perché sono i pilastri del Blues Italiano

Spesso si fa l’errore di considerare le band italiane di genere come “fratelli minori” delle controparti americane o inglesi. La Treves Blues Band al Blue Days ha dimostrato, ancora una volta, che è una sciocchezza colossale. Non stiamo parlando di imitatori.

Pensateci un attimo. Dan Aykroyd – sì, Elwood Blues in persona – ha definito Fabio Treves “l’Italian Blues Brother”. Non è una frase che ti regalano perché sei simpatico. Te la dicono se capiscono che hai il fuoco dentro. E quel fuoco, al Blue Days, ha bruciato forte.

C’è un aspetto tecnico che mi piace sempre sottolineare quando parlo di loro, ed è la dinamica. Molte band blues moderne tendono a suonare tutto “a manetta”, volume al massimo dall’inizio alla fine. La TBB no. Lorsignori sanno suonare piano. Sanno scendere a un sussurro, far sibilare l’armonica come un treno in lontananza, costringendo il pubblico a trattenere il respiro, per poi esplodere nel boogie scatenato che fa saltare tutti.

La chimica della band

Non si può parlare della loro performance al Blue Days senza menzionare la chimica tra i membri. È qualcosa che va oltre la tecnica. Si guardano, sorridono, si prendono in giro musicalmente.

Ecco cosa rende la loro formazione attuale così letale dal vivo:

  • Alex “Kid” Gariazzo è il perfetto controcanto a Treves. Dove Fabio è istintivo, viscerale e bluesy nel senso più “sporco” del termine, Gariazzo porta una raffinatezza musicale e una voce che potrebbe tranquillamente reggere una carriera solista (e lo fa, tra l’altro).
  • C’è un rispetto palpabile per la storia. Ogni brano viene introdotto con un aneddoto, un ricordo, un pezzo di storia della musica. Non stai solo ascoltando un concerto, stai partecipando a una lezione di storia della musica americana filtrata attraverso gli occhi di un ragazzo di Milano.
  • Non c’è egoismo sul palco. Sembra una banalità, ma nei festival si vedono spesso frontman che oscurano la band. Treves fa il contrario: spinge i suoi musicisti avanti, vuole che il pubblico veda quanto sono bravi.

L’eredità del concerto

Il set della Treves Blues Band al Blue Days non è stato solo intrattenimento. È servito a ricordare a tutti noi perché amiamo questa musica. In un’epoca digitale, vedere quattro persone su un palco che creano energia usando solo legno, corde, pelli e fiato è quasi un atto rivoluzionario.

Ho visto ragazzi ventenni comprare il CD a fine concerto, magari scoprendo per la prima volta che esiste una scena blues italiana. E ho visto vecchi fan con le magliette scolorite degli anni ’80 annuire con approvazione, felici che il Puma ruggisca ancora. L’impatto di un festival come il Blue Days si misura anche da questo: dalla capacità di collegare generazioni diverse attraverso un linguaggio comune.

La Treves Blues Band rappresenta quella continuità necessaria. Sono il filo rosso che collega i vecchi scantinati fumosi di Chicago ai palchi moderni e ben illuminati dei festival italiani. Senza di loro, il panorama musicale nostrano sarebbe infinitamente più povero, più sterile e decisamente meno divertente.

Se vi siete persi la loro esibizione al Blue Days, vi resta solo una cosa da fare: cercate la prossima data. Perché come dice sempre il Puma, il blues è una medicina, e la Treves Blues Band è il miglior dottore che potete trovare in piazza.

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