Blue Aid International: Collaborazioni Senza Confini

Non sono qui per raccontarvi la solita storia romanzata di come la musica unisce i popoli. Se lavorate in questo settore, sapete già che il blues è sporco, è sudore, è un amplificatore valvolare che decide di friggere cinque minuti prima che la Treves Blues Band salga sul palco.

Ma c’è una cosa che ho imparato dopo anni passati nel backstage del Blue Days, tra cavi aggrovigliati e rider tecnici impossibili: quando l’ultima nota si spegne, quello che resta non è solo l’eco nel capannone. È una rete. Blue Aid International nasce esattamente da qui. Non ci bastava aver creato un hub per gli appassionati di live music in Italia; volevamo portare quello spirito oltre le Alpi, specificamente verso la Germania e il panorama internazionale.

Se guardate il nostro storico, o se avete sfogliato le nostre gallerie fotografiche delle edizioni passate, avrete notato che l’anima del festival non è mai stata provinciale. Quando portavamo artisti del calibro di Raul Midon, non stavamo solo organizzando un concerto. Stavamo costruendo un ponte. E quel ponte, oggi, si chiama Blue Aid.

Oltre il confine: La connessione italo-tedesca

Parliamoci chiaro. Organizzare eventi internazionali non è una passeggiata. La gente vede solo le luci colorate e il sassofonista che fa l’assolo, ma dietro c’è un lavoro di logistica che farebbe impallidire uno spedizioniere. Perché abbiamo puntato forte sulla Germania (da qui il nostro focus /de)?

Perché c’è una fame di soul e blues in città come Amburgo e Berlino che è speculare alla nostra. Ma il modo di vivere il concerto è diverso, ed è qui che la nostra esperienza di gestione diventa cruciale. In Italia, il pubblico è viscerale, rumoroso, ti interrompe. In Germania ho visto platee ascoltare in un silenzio quasi religioso per poi esplodere in ovazioni di dieci minuti alla fine. Unire questi due mondi è stata la nostra scommessa.

Non si tratta solo di scambiare band. Si tratta di creare un circuito sostenibile. Se una band americana atterra a Malpensa per il Blue Days, ha senso economico e artistico farla suonare anche a Monaco il giorno dopo. Blue Aid International serve a questo: ottimizzare i tour per permettere che una parte dei ricavi finisca in progetti benefici reali, non in spese di benzina e visti sprecati.

Logistica della solidarietà (senza retorica)

Quando dico “aiuto internazionale”, molti pensano a grandi galà e bonifici giganti. La realtà è molto più pratica e, onestamente, più faticosa. Blue Aid opera sul terreno. I fondi che raccogliamo attraverso le partnership musicali e le vendite dei biglietti delle edizioni storiche non spariscono in “costi amministrativi”.

Ricordo un anno in cui abbiamo deciso di finanziare una scuola di musica in una zona disagiata utilizzando i profitti del merchandising. Sembrava facile sulla carta. Poi ti trovi a dover gestire dogane, spedizioni di strumenti delicati e normative locali che cambiano ogni cento chilometri. Lì capisci se credi veramente in quello che fai o se volevi solo farti bello su Instagram.

La nostra filosofia è brutale ma efficace: la musica deve pagarsi da sola per poter aiutare gli altri. Non chiediamo elemosina, creiamo valore. Se organizzi un festival jazz che fa il tutto esaurito, hai il potere economico per cambiare le cose. Se il festival è in perdita, non aiuti nessuno. È cinico? Forse. Ma funziona.

Cosa serve davvero per collaborazioni senza confini

Ho visto troppi progetti fallire perché basati su strette di mano vaghe e “good vibes”. Per far funzionare una macchina come Blue Aid tra l’Italia e il resto d’Europa, servono mattoni solidi, non aria fritta. Ecco cosa abbiamo imparato sul campo, sbattendoci la testa più volte:

  • La barriera linguistica è l’ultimo dei tuoi problemi. Musicisti e tecnici parlano una lingua universale fatta di gesti, hertz e segnali di ingresso. Il vero ostacolo è la burocrazia fiscale tra paesi diversi. Se sbagli il modulo per la ritenuta d’acconto di un artista estero, il budget salta in aria.
  • Mai sottovalutare la scheda tecnica. Un “piano standard” per un organizzatore italiano potrebbe significare una tastiera digitale decente, mentre per un partner tedesco significa uno Steinway accordato un’ora prima. Queste discrepanze possono rovinare una collaborazione prima ancora che inizi. La precisione è tutto.
  • Il pubblico viaggia, se gliene dai motivo. Abbiamo notato che molti fan tedeschi scendevano in Italia per il Blue Days non solo per il tempo, ma per la line-up curata. Creare pacchetti che includono il concerto e l’esperienza locale è l’unico modo per muovere le persone oggi. Nessuno fa 800 km solo per una birra calda e un palco montato male.
  • La resilienza tecnica è obbligatoria. Ci è capitato di dover gestire backline (strumentazione) persa dalle compagnie aeree a poche ore dallo show benefico a Francoforte. Se non hai una rete di contatti locali pronti a prestarti un amplificatore Fender Twin Reverb alle sei di sera di domenica, sei morto.

Il Sound del Futuro

Guardando avanti, non ci stiamo sedendo sugli allori o sui video highlight che trovate nella nostra sezione video e media. Il panorama musicale post-pandemia è cambiato drasticamente. Vedo costi di produzione che sono schizzati alle stelle – noleggiare un palco oggi costa il 40% in più rispetto a tre anni fa. Questo impatta direttamente su quanto possiamo destinare alla beneficenza.

La risposta di Blue Aid non è ridimensionare, ma integrare. Stiamo lavorando per creare eventi ibridi che colleghino fisicamente le stage in Italia con venue partner in Germania attraverso lo streaming ad alta fedeltà. Immaginate una jam session dove la sezione ritmica è a Milano e i fiati sono a Berlino, uniti in tempo reale per una causa comune. Tecnicamente è un incubo, ve lo assicuro, la latenza audio è il nemico numero uno. Ma ci stiamo lavorando.

Inoltre, stiamo spingendo per dare più spazio alle nuove leve. I grandi nomi come la Treves Blues Band hanno fatto la storia e attirano il pubblico, ma il futuro del blues e del soul è nelle mani di ragazzini che oggi suonano in garage umidi in periferia. Blue Aid vuole fornire loro non solo un palco, ma una struttura internazionale per crescere.

Alla fine della fiera, facciamo questo perché non c’è niente di paragonabile alla vibrazione di un basso che ti colpisce lo sterno mentre sei in mezzo a mille persone che condividono la stessa emozione. Che sia per beneficenza o per puro piacere, quella connessione è reale. E finché avremo fiato, continueremo a tirare cavi, montare palchi e litigare con i fonici per portare quella sensazione ovunque serva.

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