Informazioni Generali sul Festival Blue Days

Diciamocelo chiaramente: definire il Blue Days semplicemente un “festival musicale” è sempre stato un po’ riduttivo. Per chi l’ha vissuto, per chi c’era sotto palco con la maglietta sudata e una birra tiepida in mano, era un rito. Non eravamo lì solo per sentire note in sequenza; eravamo lì perché, in un mondo musicale sempre più plastificato, avevamo bisogno di sentire il legno degli strumenti vibrare davvero.

Qui non si parla di playlist algoritmiche. Stiamo parlando di un evento internazionale nato e cresciuto in Italia che ha deciso di scommettere tutto su quattro pilastri che, storicamente, non tradiscono mai: Blues, Soul, Jazz e Rock.

Se sei atterrato su questa pagina di “Informazioni Generali”, probabilmente ti stai chiedendo cosa diavolo fosse questo, o forse stai cercando traccia di quell’edizione specifica in cui hai perso la voce cantando. In entrambi i casi, sei nel posto giusto. Questo sito è stato per anni il centro nevralgico, lo smistamento ferroviario per tutti gli appassionati. Non serviva solo a vendere biglietti, ma a costruire una memoria collettiva.

Non era il solito carnevale estivo

L’idea alla base del Blue Days era rischiosa. In Italia, spesso, i festival o sono mega-raduni pop in stadi dove l’artista lo vedi col binocolo, oppure nicchie talmente strette che ci vanno in venti persone. Noi volevamo stare nel mezzo: qualità altissima, ma accessibile. Volevamo che la gente venisse per la musica, non per farsi i selfie.

Il cuore pulsante di tutta l’operazione è sempre stato il sito web. Può sembrare banale oggi, ma questo portale non era una vetrina statica. Era vivo. Qui caricavamo le scalette dei concerti (spesso cambiate all’ultimo minuto perché, sapete com’è, i musicisti blues hanno i loro tempi), i dettagli logistici sulle location e, soprattutto, le gallerie fotografiche e i video.

A proposito di video, c’è una cosa che mi piace ricordare. Non cercavamo la perfezione in 4K. I nostri video highlights catturavano l’errore, l’improvvisazione, lo sguardo d’intesa tra il batterista e il bassista. Quella è la roba che conta.

Chi calpestava quelle assi di legno?

Non fatemi fare la solita lista della spesa dei nomi, perché sarebbe noiosa. Ma bisogna pur dare a Cesare quel che è di Cesare. Abbiamo portato in Italia gente che ha il ritmo nel DNA.

Prendete Raul Midon, per esempio. Chi l’ha visto dal vivo sa di cosa parlo. Non suona la chitarra, la percuote, la interroga. Vederlo sul palco del Blue Days è stato uno di quei momenti in cui il pubblico smette di fiatare. Silenzio totale, poi l’ovazione.

E poi c’era lo zoccolo duro italiano. La Treves Blues Band. Fabio Treves non è solo un musicista, è un’istituzione. Quando il “Puma di Lambrate” attaccava con l’armonica, non importava se eri un esperto di musica o se eri passato di lì per caso: ti muovevi. Punto. Il nostro obiettivo era proprio questo mix: portare i giganti internazionali e farli dialogare con le eccellenze nostrane.

La logistica: istruzioni per l’uso (e per la sopravvivenza)

[list]

Organizzare un festival in Italia è un’impresa che sta a metà tra la follia e il masochismo. Per il pubblico, però, doveva filare tutto liscio. Ecco come funzionava il sistema informativo del Blue Days:

  • Le informazioni sugli orari erano sacre, ma elastiche. Se un assolo di sax durava dieci minuti in più perché la serata era magica, noi lasciavamo fare. Il programma cartaceo era una guida, non una sentenza.
  • Le location venivano scelte col lanternino. Niente capannoni industriali con l’acustica di una pentola. Cercavamo piazze storiche o parchi dove il suono potesse respirare. Certo, questo comportava sfide logistiche non indifferenti (tipo dove parcheggiare mille auto in un borgo medievale), ma ne valeva la pena.
  • Il dopo-festival. Per noi la serata non finiva con l’ultima nota. Sul sito trovavi sempre indicazioni su dove mangiare decentemente alle due di notte o dove continuare la jam session.

Dietro le quinte: chi tirava i cavi?

Spesso mi chiedono chi c’era dietro tutto questo. Non c’era una multinazionale. C’era un gruppo di persone che probabilmente ha perso anni di vita per lo stress, ma ne ha guadagnati in anima. Organizzare il Blue Days significava passare mesi a contrattare cachet, a litigare con i service audio perché “il basso deve sentirsi nello stomaco, non nelle orecchie”, e a pregare che non piovesse proprio quella sera di luglio.

La nostra “filosofia”? Mah, parola grossa. Diciamo che volevamo evitare l’effetto plastica. Avete presente quei festival dove tutto è brandizzato, dove non puoi fare un passo senza che qualcuno ti regali un cappellino con un logo? Ecco, il contrario. Al Blue Days contava la sostanza. Se l’amplificatore fischiava, era perché era vero. Se il cantante aveva la voce roca, era perché aveva dato tutto la sera prima.

L’archivio digitale

Oggi, questa sezione “Informazioni Generali” serve anche come mappa per navigare nel passato. Il sito è diventato un archivio storico.

  • Le gallerie fotografiche non sono solo immagini promozionali. Ci sono le facce della gente in prima fila, i cavi aggrovigliati, i backstage disordinati. È lì che vedi l’anima del festival.
  • Le schede tecniche e i dettagli delle edizioni passate sono ancora consultabili. Se volete sapere chi suonava la batteria in quel pezzo jazz del 2018, probabilmente lo trovate scavando nei nostri archivi.
  • Non dimentichiamo i resoconti delle serate. Non comunicati stampa asettici, ma racconti di chi c’era.

In conclusione, se siete qui per capire cos’era il Blue Days, la risposta breve è: era un casino organizzato meravigliosamente bene, dove la musica comandava su tutto. Se cercate i dettagli tecnici, orari e bio degli artisti, navigate pure nel menu. Ma se volete capire lo spirito, guardatevi le foto del pubblico alla fine dei concerti. Facce stanche, sudate, ma felici. Quello era il nostro vero comunicato stampa.

Scroll to Top