Se c’è una cosa che ho imparato frequentando festival in giro per l’Italia per vent’anni, è che ci sono annate “di mantenimento” e annate in cui succede qualcosa di elettrico, quasi palpabile nell’aria. Il Blue Days 2018 rientra decisamente nella seconda categoria.
Non stiamo parlando della solita rassegna estiva messa in piedi tanto per riempire la piazza del paese e vendere due salsicce in più. No, il 2018 è stato l’anno in cui l’asticella si è alzata parecchio. Chi c’era se lo ricorda bene: c’era quella tipica umidità italiana di luglio che ti si appiccica addosso, ma appena partiva il primo riff, onestamente, non te ne fregava più niente di nulla.
Riguardando le foto di quella galleria – che trovate qui sotto e che vi consiglio di scorrere con calma, magari con un buon vinile di sottofondo – mi tornano in mente i dettagli. L’odore dei cavi surriscaldati, il basso che ti vibra nello sterno e quella sensazione che il blues, quello vero, non sia mai morto davvero, si sia solo nascosto un po’ meglio.
Il “Puma” e la Lezione di Stile
Parliamoci chiaro. In Italia, se dici Blues, dici Treves Blues Band. Punto. Non ci sono discussioni. Fabio Treves, il “Puma di Lambrate”, nel 2018 era in uno stato di grazia che raramente ho visto, e l’ho visto suonare tante volte. C’è chi dice che il blues sia musica “triste”; beh, chi lo dice non ha mai visto Treves saltare sul palco con la sua armonica.
Quella sera del 2018 non è stata un concerto, è stata una lezione di storia della musica americana impartita da un milanese. Sembra un paradosso? Forse. Ma quando Treves attacca, senti Chicago, senti il Delta del Mississippi, ma senti anche quella grinta tutta nostra. La band girava come un orologio svizzero, ma sporco di grasso, come piace a noi.
Alex “Kid” Gariazzo alla chitarra merita una menzione a parte. Non è solo questione di tecnica – e ne ha da vendere – è questione di tocco. Ha tirato fuori dei suoni dalla sua sei corde che hanno fatto venire la pelle d’oca anche ai fonici, gente che di solito è cinica come pochi. Ricordo un assolo in particolare, verso metà set, che ha praticamente ipnotizzato la platea. Nessuno fiatava. Solo note, sudore e applausi finali scroscianti.
Raul Midon: L’Uomo Orchestra (Senza Trucchi)
Se Treves ha portato la tradizione e il cuore, Raul Midon ha portato l’alienazione, nel senso buono del termine. Vedere questo artista dal vivo nel 2018 è stato uno shock per molti che non lo conoscevano. Arriva questo tizio, si siede, imbraccia la chitarra e tu pensi: “Ok, un set acustico, rilassiamoci”.
Macché.
Dopo trenta secondi ti chiedi dove ha nascosto il batterista. Midon ha questa capacità assurda di usare la cassa armonica della chitarra come percussione mentre suona linee di basso e melodia contemporaneamente. E poi c’è la “mouth trumpet”. Lo so, detta così sembra una roba da giocolieri di strada, ma quando lui fa l’assolo di tromba con la bocca, chiudendo gli occhi giureresti di avere Miles Davis davanti. Non è un trucco da circo, è musicalità pura.
La sua performance al Blue Days 2018 è stata forse il picco emotivo dell’intera edizione. C’era gente sotto il palco letteralmente a bocca aperta. Una miscela di soul, jazz e folk che ha spazzato via ogni etichetta di genere. A un certo punto, durante “State of Mind”, ricordo di aver pensato: “Ecco, è per questo che paghiamo il biglietto e ci facciamo i chilometri”. Per l’imprevedibilità.
Non Solo Headliner: L’Atmosfera del 2018
Oltre ai nomi in cartellone, quello che rendeva speciale quell’edizione era il “contorno”, che poi contorno non è mai. I festival musicali in Italia spesso peccano di organizzazione o di atmosfera, diventando sterili. Il Blue Days no. Nel 2018 sembrava quasi di essere in un club di New Orleans, ma all’aperto.
C’erano jam session improvvisate negli angoli meno illuminati. Musicisti meno noti, ma con una “fame” incredibile, che suonavano per il gusto di farlo fino a notte fonda. È lì, lontano dal palco principale, che capisci se un festival ha un’anima o è solo business.
L’acustica, va detto, quell’anno era particolarmente curata. Spesso nei festival open-air il suono si disperde, il vento si porta via le frequenze basse. Invece, chi ha curato il PA nel 2018 sapeva il fatto suo. Il suono era compatto, “in faccia”, come si dice in gergo. Sentivi il colpo del rullante dritto nello stomaco anche se stavi in fondo a prenderti una birra.
Oltre la Musica: Un’Esperienza Visiva
Arriviamo al dunque: la galleria fotografica. Perché stiamo scrivendo tutto questo? Perché le immagini che trovate qui sotto raccontano quello che le parole faticano a descrivere. Nel 2018 abbiamo avuto la fortuna di avere fotografi che non cercavano la foto “pulita” da copertina patinata, ma cercavano il momento vero.
Scorrendo la gallery noterete alcune cose che vi riportano esattamente a quelle serate:
- Guardate i primi piani sulle mani dei chitarristi. Si vedono i calli, si vede la tensione dei tendini. Non sono mani da ufficio, sono mani che lavorano sul manico dello strumento.
- C’è una foto del pubblico, presa dal palco, che mi piace da matti. Non sono le solite facce annoiate che aspettano la hit radiofonica. Sono volti concentrati, occhi chiusi, gente che “sente” la musica.
- I giochi di luce del 2018 erano piuttosto minimalisti, niente laser show da discoteca, ma fari caldi, ambrati, che creavano ombre lunghe sui musicisti. Questo nelle foto in bianco e nero rende tantissimo, dà quella drammaticità teatrale perfetta per il blues.
Perché il 2018 Resta un Punto di Riferimento
A distanza di tempo, possiamo dire che il Blue Days 2018 ha segnato un confine. C’è un prima e un dopo. Ha dimostrato che si può fare cultura musicale di alto livello senza dover per forza chiamare la popstar del momento per fare numeri. La gente ha risposto. I musicisti hanno risposto.
Fabio Treves e Raul Midon sono stati la punta dell’iceberg, ma sotto c’era una solidità strutturale dell’evento che ci manca un po’. La sinergia tra rock e soul non è mai stata così fluida. Passavi da un pezzo graffiante, distorto, a una ballad soul da sciogliere il cuore nel giro di dieci minuti, e tutto sembrava coerente.
Se non c’eravate, beh, è un peccato, inutile girarci intorno. Ma la tecnologia ci aiuta. Le immagini restano. I video, che trovate linkati nella sezione highlights, aiutano a ricostruire il puzzle. Ma vi assicuro che la vibrazione del basso nel terreno sotto i piedi, quella, purtroppo, non si può digitalizzare.
Cosa Cercare nelle Foto Qui Sotto
Mentre esplorate la galleria, fateci caso: non ci sono pose plastiche. I sorrisi di Treves sono genuini, di chi si sta divertendo come un matto. La concentrazione di Midon è assoluta. Anche le foto del backstage raccontano una storia di cameratismo musicale raro. Vedrete chitarre appoggiate agli amplificatori, scalette scritte a pennarello e cancellate all’ultimo minuto, bottiglie d’acqua mezze vuote. È la vita on the road, ed è bellissima.
Il Blue Days 2018 non è stato solo concerti. È stato un raduno di anime affini. E onestamente, in un mondo dove tutto è sempre più digitale e freddo, una serata di luglio passata a sudare ascoltando blues dal vivo vale più di mille playlist di Spotify.

