Le Origini: Blue Days Edizione 2013

Se chiudo gli occhi e penso al 2013, la prima cosa che mi torna in mente non è nemmeno la musica. È la polvere. Quella polvere sottile che ti si attaccava alle scarpe, quella sensazione di attesa elettrica che c’era nell’aria ancor prima che si accendesse il primo amplificatore. Parlare oggi del Blue Days 2013 sembra quasi archeologia musicale, ma fidatevi di chi c’era sotto quel palco: è stato un anno spartiacque.

Non era il solito festival italiano messo in piedi alla bell’e meglio con due casse e una spina della birra calda. C’era un’ambizione diversa. Il sito web, che all’epoca curavamo con un’attenzione quasi maniacale, non era solo una vetrina; era diventato il punto di ritrovo virtuale per una comunità che, diciamocelo chiaramente, in Italia c’è sempre stata ma faticava a trovarsi. Blues, Soul, Jazz, Rock. Generi che spesso vengono trattati come compartimenti stagni, ma che al Blue Days convivevano nello stesso backstage.

Ricordo perfettamente l’organizzazione di quell’edizione. Non avevamo i social media onnipresenti come oggi – Instagram stava appena iniziando a prendere piede tra i non addetti ai lavori – quindi il passaparola e il sito erano tutto. La gente veniva per la musica, certo, ma anche perché sapeva che lì avrebbe trovato una “tribù” affine.

L’atmosfera: Oltre il semplice concerto

Se guardate le foto nella nostra gallery di quell’anno – e vi consiglio di farlo, perché certi scatti in bianco e nero raccontano più di mille recensioni – noterete subito una cosa: la prossimità. Oggi i festival sono diventati macchine perfette, transennate, sicure, forse un po’ asettiche. Nel 2013 al Blue Days eri praticamente addosso all’artista.

C’era questo mix assurdo di motociclisti, puristi del vinile jazz che storcevano il naso se la distorsione era troppo alta, e ragazzi universitari che scoprivano per la prima volta che il blues non è roba da vecchi tristi seduti sotto un portico. Era un ambiente ruvido, verace.

Una cosa che mi colpì particolarmente fu la gestione del suono. Fare un festival all’aperto in Italia è sempre un terno al lotto con l’acustica (e con i vicini che si lamentano), ma quell’anno i fonici fecero un miracolo. Sentire il basso pulsare nello stomaco senza che le frequenze medie ti trapanassero i timpani è una rarità.

I Giganti sul Palco: Treves Blues Band

Parliamo di cose serie. La lineup del 2013 non era solo una lista di nomi; era una dichiarazione d’intenti. E non si può parlare di quell’edizione senza citare il Puma di Lambrate. La Treves Blues Band. Onestamente, ho perso il conto di quante volte ho visto Fabio Treves dal vivo, ma quella sera aveva qualcosa di diverso.

C’è un momento preciso, verso metà concerto, che mi è rimasto impresso. Fabio ha preso l’armonica e ha iniziato un solo che sembrava non finire mai. Non era virtuosismo fine a se stesso. Era dialogo puro con il pubblico. Ecco cosa ha reso speciale quell’esibizione:

  • L’intesa con la band era telepatica. Si vedeva che non stavano “eseguendo” i pezzi, ma li stavano vivendo lì per lì. Alex “Kid” Gariazzo alla chitarra faceva cose che tecnicamente non dovrebbero essere possibili con quella nonchalance.
  • Il repertorio era un viaggio. Non si sono limitati ai classici standard che ti aspetti (e che comunque vogliamo sentire), ma hanno infilato delle jam improvvisate che hanno trasformato il concerto in una session da club di Chicago, nonostante fossimo in una location molto più ampia.
  • La risposta del pubblico è stata fisica. Non c’erano file di smartphone alzati a bloccare la visuale. La gente ballava, sudava, urlava. Era una connessione analogica in un mondo digitale.

La Rivelazione Tecnica: Raul Midon

Se la Treves Blues Band rappresentava la storia e la solidità, Raul Midon è stato lo shock. Ricordo ancora le facce dei tecnici del suono durante il soundcheck. Midon è uno di quegli artisti che ti costringe a ripensare a cosa sia possibile fare con sei corde.

Quando è salito sul palco, solo, senza band di supporto, qualcuno tra il pubblico mormorava scettico. “Ma regge un’ora da solo?”. Cinque minuti dopo, le mascelle erano tutte a terra. Midon non suona la chitarra; la trasforma in un’orchestra. La sua tecnica di slap, unita a quella capacità vocale di imitare la tromba con la bocca mentre canta linee melodiche complesse… roba da non credere.

Nel 2013, Raul portava un’energia che mescolava soul e jazz latino in un modo che al Blue Days non si era ancora sentito così forte. Ha dimostrato che non serve un muro di amplificatori Marshall per riempire lo spazio sonoro. Serve il groove. E lui ne aveva da vendere.

Il Ruolo del Sito e della Documentazione

Tornando al “dietro le quinte”, il nostro lavoro su questo sito durante quell’edizione fu frenetico. Oggi siamo abituati alle dirette streaming, ma nel 2013 caricare le foto della serata la mattina successiva era considerato un servizio di lusso. La sezione Gallery divenne la pagina più visitata nel giro di poche ore.

Perché era così importante? Perché volevamo fermare il tempo. Sapevamo che certe sfumature, certe luci, l’espressione di un chitarrista durante un assolo particolarmente sofferto, sarebbero andate perse senza una documentazione adeguata.

Abbiamo passato notti insonni a selezionare gli scatti migliori, scartando quelli mossi o troppo scuri, cercando di catturare non solo la celebrità sul palco, ma il contesto. La ragazza con la maglietta dei Led Zeppelin in prima fila, il venditore di panini esausto ma felice, il groviglio di cavi sul palco.

Perché il 2013 è stato diverso dalle edizioni successive

Guardando indietro, quell’anno segnò un punto di svolta. Le edizioni successive sono cresciute, certo. Più budget, nomi internazionali forse più “pop”, palchi più grandi. Ma il 2013 aveva quella dimensione umana perfetta. Non troppo piccolo da sembrare amatoriale, non così grande da farti sentire un numero.

C’erano tre fattori chiave che, secondo me, non si sono più ripetuti con la stessa alchimia:

  • La fame di musica dal vivo era diversa. Eravamo in un periodo economico strano, la gente selezionava con cura dove spendere i propri soldi. Se compravi il biglietto per il Blue Days, ci venivi per restare dal primo all’ultimo minuto.
  • Il mix di generi era rischioso ma ha pagato. Mettere soul raffinato e blues sporco nella stessa serata poteva alienare parte del pubblico. Invece ha creato una contaminazione bellissima. Ho visto rocchettari incalliti muovere la testa a tempo su ballad soul che normalmente avrebbero snobbato.
  • L’accessibilità degli artisti. Dopo i concerti, sia Treves che Midon (e gli altri act della serata) non sono scappati in hotel blindati. Si sono fermati. Hanno firmato vinili, hanno bevuto una birra. Questo contatto diretto è ciò che costruisce la leggenda di un festival, più del cachet degli ospiti.

L’Eredità di quell’edizione

Scrivere oggi del Blue Days 2013 nella sezione /gallery/blues-days-2013 mi fa un certo effetto. Non stiamo solo archiviando date e nomi. Stiamo preservando un pezzo di cultura musicale. Per chi c’era, queste parole (e le immagini che le accompagnano) sono un tuffo al cuore. Per chi non c’era, beh, è una lezione su come dovrebbe essere un festival musicale: meno apparenza, più sostanza.

Se oggi continuiamo a cercare quella vibrazione, quel “sound” specifico, è anche grazie a serate come quelle. Il Blue Days non era il Coachella e grazie al cielo non ha mai provato ad esserlo. Era sudore, zanzare, cavi jack che ronzavano un po’, e tanta, tantissima anima. E onestamente? Non lo avrei voluto diverso.

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