Se chiudo gli occhi, sento ancora l’odore di quella estate del 2015. Non era solo il caldo, che in Italia quando decide di picchiare non perdona, ma era l’elettricità nell’aria. Il Blue Days 2015 non è stato solo un “festival”. Per chi c’era, è stato un momento di sospensione temporale.
Riavvolgiamo il nastro. Siamo in un periodo in cui la musica live stava cercando di ritrovare una dimensione umana, lontana dai mega-eventi preconfezionati e sterili. Il nostro obiettivo era semplice, forse un po’ folle: portare il blues, il soul e il jazz in contesti che trasudassero storia, qui in Italia. E guardando le foto di questa galleria, la prima cosa che mi colpisce non è la perfezione tecnica degli scatti, ma il sudore. Quello vero.
Onestamente, gestire un archivio come questo è strano. Ti ritrovi a fissare un’immagine statica e il cervello riproduce il suono. Nel 2015 avevamo una lineup che, col senno di poi, era un piccolo miracolo di equilibrio tra tecnica mostruosa e cuore pulsante.
Raul Midon: Oltre la Chitarra
Parliamoci chiaro: vedere Raul Midon dal vivo ti cambia i parametri. Mi ricordo ancora il sound check. Il palco era ancora mezzo vuoto, i tecnici correvano con i cavi in mano imprecando contro qualche ronzio di massa, e poi arriva lui. Si siede.
Midon non suona la chitarra; ci litiga e poi ci fa l’amore, tutto nello stesso pezzo. Nel 2015 portò sul palco un’energia che raramente si vede nei festival europei. Non è il classico virtuosismo jazz che ti fa dire “bravo” e poi ti controlli l’orologio. Assolutamente no. È quel tipo di performance dove ti dimentichi di respirare.
C’è uno scatto nella galleria qui sotto — lo riconoscerete subito — dove si vede la tensione delle corde e la sua mano destra che è praticamente una macchia sfuocata. La sua tecnica di “slap” sulla chitarra acustica, combinata con quella voce che sembra uscire da un vinile della Motown, ha zittito la folla. E credetemi, zittire un pubblico italiano in una serata estiva, con i bicchieri di birra che girano, non è impresa da poco.
Il “Puma” e l’Anima Blues Italiana
Poi c’era la Treves Blues Band. Se parliamo di blues in Italia, prima o poi devi fare i conti con Fabio Treves. Chiamarlo solo “musicista” è riduttivo. Lui è un’istituzione, il “Puma di Lambrate”.
Quell’anno, la band era in uno stato di grazia particolare. Mi ricordo bene la sezione ritmica: solida come il cemento armato, ma elastica. Il blues, quello vero, non è matematica. È ritardo, è intenzione, è quella frazione di secondo che aspetti prima di colpire il rullante che fa muovere il piede a tutti, dal ragazzino in prima fila al fonico stanco dietro al mixer. Treves con l’armonica ha fatto quello che sa fare meglio: ha raccontato storie senza usare parole.
C’è stato un momento, verso la fine del set, in cui tutto si è allineato. Le luci, il suono, la reazione del pubblico. È difficile da spiegare a parole, ma le foto rendono l’idea. Guardate i volti delle persone nelle prime file: non stanno solo ascoltando, sono *dentro* la musica. Quella connessione lì non la costruisci con il marketing, succede e basta.
L’Atmosfera: Non Solo Note
Un festival non è fatto solo di chi sta sopra il palco. Anzi, spesso la magia succede sotto. Il 2015 è stato l’anno in cui abbiamo capito che il pubblico del Blue Days stava cambiando. Non erano più solo gli “aficionados” del jazz col pizzetto e l’aria critica. C’erano ragazzi, famiglie, gente capitata lì per caso che è rimasta folgorata da un assolo di sax o da un riff di chitarra distorto.
L’atmosfera era quella giusta, imperfetta e viva:
- C’era quel tipico caos organizzato all’ingresso, dove la gente si accalcava non tanto per l’ansia di entrare, ma per salutare amici che non vedeva dall’edizione precedente. Si è creata una comunità, non solo un pubblico.
- L’acustica non era da studio di registrazione, e meno male. Il riverbero naturale delle location italiane aggiungeva quel colore che nessun plugin digitale potrà mai replicare. Sentivi il suono rimbalzare sui muri di pietra e tornare indietro più caldo.
- Le jam session improvvisate a fine serata. Ufficialmente il concerto finiva a mezzanotte, ma sappiamo tutti come andava a finire. I musicisti scendevano, si mischiavano alla gente, e la musica continuava in acustico fino a che qualcuno non veniva a staccare la corrente.
Perché Questo Archivio è Importante
Scorrendo questa pagina, potreste chiedervi perché teniamo online foto di quasi dieci anni fa. La risposta è semplice: la memoria digitale è fragile. Oggi siamo sommersi da storie di Instagram che durano 24 ore e poi spariscono nel nulla cosmico. Noi crediamo che serate come quelle del 2015 meritino di restare.
Ogni foto che vedete qui sotto è stata selezionata non per la sua nitidezza, ma per la sua capacità narrativa. Abbiamo scartato centinaia di foto “perfette” ma fredde, per tenere quelle un po’ mosse, magari con la luce sbagliata, ma che ti fanno sentire l’odore della birra rovesciata e l’energia del momento.
Dettagli Tecnici (Per i Nerd della Fotografia)
Per chi è appassionato di fotografia di concerti, il 2015 è stato un anno di transizione interessante. Le reflex digitali iniziavano a gestire gli alti ISO in modo decente, permettendoci di scattare con meno flash. Questo ha cambiato tutto. Prima, sparare un flash in faccia a un musicista jazz durante un pezzo intimista era un crimine capitale (e giustamente rischiavi che ti lanciassero una bacchetta).
Quell’anno i nostri fotografi hanno potuto lavorare quasi al buio, catturando le luci naturali del palco. Noterete molto rumore digitale in certi scatti in bianco e nero: non l’abbiamo rimosso in post-produzione. Quel grana è parte del sapore dell’epoca. Toglierla sarebbe stato come togliere il fruscio da un vecchio vinile: tecnicamente più pulito, ma emotivamente sterile.
L’Eredità del 2015
Se guardate bene la lineup di quell’anno e la confrontate con le edizioni successive, vedrete che il 2015 ha piantato dei semi importanti. È stato l’anno in cui abbiamo sdoganato l’idea che il Rock e il Soul potessero convivere pacificamente nella stessa sera senza che nessuno storcesse il naso.
Non è stato tutto perfetto, intendiamoci. Mi ricordo un paio di problemi tecnici con l’impianto audio durante il cambio palco che ci hanno fatto sudare freddo per venti minuti buoni. Silenzio imbarazzante, tecnici che correvano. Ma sapete una cosa? Il pubblico ha applaudito comunque. Hanno aspettato. Hanno capito che la musica dal vivo è fatta di esseri umani e macchine fallibili.
Questa galleria è dedicata a loro, a voi, che eravate lì a battere le mani e a supportare la musica dal vivo in Italia.
Godetevi gli scatti. E se c’eravate, provate a ritrovarvi tra la folla. Magari, come succede a me, vi tornerà in mente quel preciso istante in cui la batteria ha attaccato e per un paio d’ore il resto del mondo ha smesso di esistere.

