Diciamocelo chiaramente: quando si pensa a un festival musicale, la prima cosa che viene in mente non è la beneficenza. Si pensa al volume degli amplificatori, alla polvere che ti si attacca addosso se sei sotto palco, alla caccia all’ultimo biglietto o a quella vibrazione assurda che ti attraversa lo sterno quando parte il primo accordo di basso. E va bene così.
Il Blue Days è stato esattamente questo per anni. Un calderone di suoni, sudore e notti insonni in giro per l’Italia, celebrando mostri sacri del blues, del soul e del jazz. Ma chi c’era dietro le quinte, o chi ha vissuto il festival non solo come spettatore ma come parte della “famiglia”, sa che c’era un’altra frequenza che suonava in sottofondo. Una frequenza che non usciva dai main speakers.
Qui entra in gioco il Progetto Blue Aid. Se sei atterrato su questa pagina, probabilmente non cerchi solo la scaletta vecchia di un concerto della Treves Blues Band (che, per inciso, spaccava ogni singola volta), ma vuoi capire cosa succedeva quando le luci si spegnevano. Blue Aid non è nato in una sala riunioni con slide proiettate sul muro e termini come “responsabilità sociale d’impresa”. È nato davanti a una birra tiepida, dopo un soundcheck, realizzando che la musica che amiamo – il blues, il soul – nasce dalla sofferenza e dalla comunità. Sarebbe stato ipocrita celebrarne il suono ignorandone lo spirito.
Non è la solita raccolta fondi
C’è un equivoco di fondo quando si parla di “musica e solidarietà”. Spesso ci si immagina star miliardarie che firmano un assegno gigante a favore di telecamere per ripulirsi la coscienza. Con Blue Aid la questione è sempre stata molto più terra-terra, molto più “sporca”, nel senso buono del termine.
L’idea era semplice: il Blue Days portava persone. Tante. Appassionati veri. Gente che macinava chilometri per sentire Raul Midon pizzicare le corde come se non esistesse altro al mondo. Avevamo l’attenzione, avevamo l’energia. Sprecarla solo per l’intrattenimento ci sembrava un’occasione persa. Blue Aid è diventato il braccio operativo – e un po’ il cuore pulsante – che trasformava quella passione in qualcosa di tangibile per chi se la passava male.
Non stiamo parlando di salvare il mondo intero. Magari fosse possibile. Ci siamo concentrati su obiettivi specifici, spesso legati al mondo della musica stessa o alle comunità che ospitavano i nostri eventi. Perché, parliamoci chiaro, è facile riempirsi la bocca di grandi ideali, ma è molto più difficile (e utile) assicurarsi che una piccola scuola di musica di provincia non chiuda perché non può pagare il riscaldamento, o che un vecchio bluesman che ha dato l’anima sul palco per cinquant’anni non finisca i suoi giorni senza assistenza sanitaria.
Il legame viscerale tra Blues e Aiuto
Avete mai ascoltato davvero un pezzo blues? Non intendo sentirlo mentre fate la spesa. Intendo ascoltarlo. C’è sempre una richiesta di aiuto, o una dichiarazione di resistenza. Il *Call and Response*, quella struttura tipica dove uno canta e il coro (o la chitarra) risponde, è la base della solidarietà. Io chiamo, tu rispondi. Non sono solo.
Blue Aid è stato semplicemente l’applicazione pratica di questo concetto musicale.
Quando organizzavamo le edizioni del Blue Days, il motto non ufficiale era: “Se il concerto va bene, qualcosa deve restare”. E non parlo dei bicchieri di plastica vuoti sul prato. Parlo di impatto.
Ricordo una sera particolare. C’era un’elettricità strana nell’aria, una di quelle serate dove tutto sembra allineato. Il pubblico era in trance. In quel momento, lanciare un’iniziativa Blue Aid dal palco non è sembrato un’interruzione dello show. È sembrato il culmine naturale. La gente non ha solo applaudito; ha capito. Il blues è musica di gente che lavora, che fatica. La solidarietà qui non è pietismo, è mutuo soccorso tra pari.
Come funzionava (senza girarci attorno)
Niente burocrazia complessa. Il meccanismo di Blue Aid ha sempre cercato di evitare le trappole delle grandi fondazioni dove i soldi si perdono in costi di gestione. Qui le cose erano dirette. Se avevi il biglietto in mano, o se compravi quel vinile in edizione limitata al banchetto del merch, una parte finiva dritta nel fondo Blue Aid.
Ma la parte più bella non erano i soldi dei biglietti. Erano le iniziative collaterali. Ecco cosa succedeva davvero:
- C’erano le aste improvvisate, quelle dove un chitarrista, sceso dal palco ancora grondante di sudore, ci lasciava la sua tracolla o un’armonica usata. Non roba da museo, roba vissuta. E la gente impazziva per averla, sapendo che quei 50 o 100 euro andavano a finanziare borse di studio per ragazzi che uno strumento non se lo potevano permettere.
- Le jam session “off”. Dopo il concerto ufficiale, spesso si finiva in qualche locale più piccolo. Lì non c’era biglietto, c’era un cappello che girava. E vi assicuro che ho visto gente mettere nel cappello più di quanto avesse speso per la cena, solo perché l’atmosfera era quella giusta.
- Le collaborazioni con i liutai locali. Durante il festival, spesso ospitavamo artigiani che costruivano strumenti. Alcuni di questi pezzi unici venivano donati al progetto. Vendere una chitarra artigianale significa poter finanziare mesi di musicoterapia in un ospedale pediatrico. Fatti concreti, non parole.
I volti dietro la musica
Sarebbe ingiusto parlare di Blue Aid senza menzionare chi ci ha messo la faccia. E non parlo solo degli organizzatori. Parlo degli artisti.
Prendete la Treves Blues Band. Chi li conosce sa che Fabio e la sua band non sono solo musicisti eccezionali, sono portatori sani di un’etica precisa. Averli sul palco del Blue Days significava avere garanzia di qualità, certo, ma anche avere alleati potenti per il Progetto Blue Aid. Un artista che ferma il concerto per spiegare perché è importante donare vale più di mille brochure stampate su carta patinata.
Raul Midon, con quella sua capacità di suonare la chitarra come se fosse un’orchestra di percussioni, ha spesso incarnato lo spirito di ciò che cercavamo di fare. Superare i limiti. Trasformare l’ostacolo in arte. Blue Aid cercava di fare lo stesso con le risorse economiche: prendere poco e trasformarlo in tanto grazie alla leva della comunità.
Oltre il Festival: cosa rimane oggi?
Il sito del Blue Days oggi è un archivio, una memoria digitale di quelle notti. Potete scorrere le gallery fotografiche e vedere le facce estasiate sotto il palco, leggere le lineup e mangiarvi le mani se non c’eravate. Ma la pagina su Blue Aid è forse quella che invecchia meglio.
Perché i concerti finiscono. Il ronzio nelle orecchie passa dopo un paio di giorni (se non avete esagerato stando troppo vicini alle casse). Ma le iniziative finanziate da Blue Aid hanno avuto una vita propria.
Mi è capitato di recente di incontrare un ragazzo che ora suona in un trio jazz abbastanza quotato. Mi ha confessato che il suo primo amplificatore serio l’ha avuto grazie a un bando che avevamo finanziato anni fa con i proventi di un’edizione particolarmente piovosa del festival. Ecco, queste sono le cose che ti fanno dire: ne è valsa la pena. Anche quando pioveva e dovevamo coprire i mixer con i teli di plastica alle tre di notte.
Perché la musica da sola non basta
C’è chi dice che la musica dovrebbe solo intrattenere. “Zitto e suona”, dicono. Io non sono d’accordo. E nemmeno il team di Blue Days lo è mai stato. La musica, specialmente quella che affonda le radici nella cultura afroamericana come il jazz e il blues, è intrinsecamente politica e sociale. È musica di comunità.
Blue Aid è stato il nostro modo di onorare questa verità. Non volevamo essere un carrozzone che arriva in una città, monta il palco, fa casino per tre giorni, vende birra a fiumi e poi sparisce lasciando solo immondizia.
Volevamo lasciare un segno. Un segno piccolo, magari, ma indelebile.
Se state navigando in questo sito, tra una foto di un assolo di chitarra e un video highlights, fermatevi un secondo a pensare a questo: ogni applauso che vedete in quelle foto aveva un doppio valore. Uno per l’artista, uno per la causa.
Guardando avanti
Anche se il festival nella sua forma originale appartiene alla storia, lo spirito di Blue Aid non è necessariamente chiuso in un cassetto. La community che si è creata attorno al Blue Days esiste ancora. Siamo ancora qui, ci scambiamo ancora dischi, consigli su concerti e, quando serve, ci diamo ancora una mano.
La lezione più grande che ci ha lasciato questo progetto è che la solidarietà non ha bisogno di grandi eventi per esistere. Ha bisogno di una mentalità. La stessa mentalità del bluesman che, anche se ha le corde arrugginite e la voce roca, trova il modo di tirare fuori una melodia che ti spacca il cuore.
Quindi, cos’è il Progetto Blue Aid? È la dimostrazione che la musica è un vettore. È un ponte. E, se usata bene, è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per aggiustare un pezzetto di mondo, una nota alla volta.
