Se dovessi spiegare a qualcuno cos’è il Soul senza fargli ascoltare nemmeno una nota, gli direi di immaginare una domenica mattina in una chiesa del sud degli Stati Uniti, ma con la cravatta slacciata e un bicchiere di whisky poggiato male sull’amplificatore. Non è solo musica. È un grido che è diventato melodia per necessità.
Per noi che abbiamo vissuto e organizzato il Blue Days, inserire il Soul nel contesto di un festival prevalentemente orientato al blues e al rock non è stata una scelta di marketing. È stata una questione di radici. Perché se togli il Soul dalla “Black Music”, ti rimane uno scheletro tecnico senza cuore. In Italia, la percezione di questo genere è cambiata radicalmente negli ultimi trent’anni, passando da una curiosità esotica a un linguaggio che abbiamo fatto, sorprendentemente, nostro.
L’Italia e la musica dell’anima: Una relazione complicata
Diciamocelo chiaramente: l’Italia è il paese del Bel Canto. La melodia prima di tutto. Per decenni, il concetto di “ritmo” che traina la voce – pilastro fondamentale del Soul – è stato visto come qualcosa di alieno. Negli anni ’60, cantnati come Fausto Leali venivano chiamati “il negro bianco” proprio per quella voce graffiata che cercava di imitare Wilson Pickett o Otis Redding. Ma era più un esercizio di stile che una vera comprensione culturale.
Poi qualcosa si è rotto. O meglio, si è aperto.
Abbiamo iniziato a capire che il Soul non era solo urlare nel microfono con l’aria sofferta. Musicisti come Pino Daniele (impossibile non citarlo quando si parla di contaminazioni in Italia) hanno fuso la scala blues con la melodia napoletana, creando un sottogenere che trasudava anima da ogni poro. Al Blue Days, abbiamo sempre cercato di intercettare questa linea sottile: artisti che non scimmiottano gli americani, ma che hanno capito l’essenza del groove.
Il pubblico italiano ai nostri concerti è cambiato. Negli anni passati vedevi gente che aspettava solo l’assolo di chitarra rock. Nelle ultime edizioni, quando partiva un giro di basso funkeggiante o una voce calda in stile Motown, vedevi teste muoversi in modo diverso. C’è più consapevolezza. La gente non vuole più solo “sentire” la musica, vuole sentirla fisicamente, addosso.
Non solo Blues: Il Soul sul palco del Blue Days
Chi pensa che il Blue Days fosse solo pentatonica e chitarre distorte si sbaglia di grosso. Certo, il blues è il padre di tutto, ma i figli sono cresciuti bene. La lineup dei nostri eventi ha sempre cercato di mescolare le carte. Non puoi fare tre giorni di solo blues lento a 12 battute: il pubblico si addormenta in piedi, birra alla mano.
Il Soul serve a rialzare l’energia, a portare quella sensualità che il rock spesso dimentica per strada.
Ricordo perfettamente l’atmosfera durante le esibizioni di artisti che portavano questo sound. Non è il caos del pogo sotto cassa, è un movimento ondulatorio collettivo. È il momento in cui vedi le coppie avvicinarsi. Abbiamo ospitato nomi che hanno fatto tremare il palco, e non parlo solo di decibel.
Prendiamo Raul Midon, per esempio. Definirlo solo un artista “Soul” è riduttivo, lo so. Ma chi lo ha visto dal vivo al nostro festival sa di cosa parlo. Un uomo, una chitarra, e una capacità di trasformare le corde in percussioni che ti lascia a bocca aperta. Midon incarna quella libertà espressiva che cerchiamo. Non è legato a uno spartito rigido; usa la voce come fosse una tromba (letteralmente, fa l’assolo con la bocca) e porta quel calore che tipicamente associamo alle grandi produzioni di Stevie Wonder, ma con una crudezza acustica che ti spettina.
L’approccio del Blue Days è sempre stato questo: portare artisti che, se si rompesse l’impianto audio, continuerebbero a suonare e si farebbero sentire fino all’ultima fila.
La Treves Blues Band e le sfumature italiane
Può sembrare strano parlare della Treves Blues Band in una pagina dedicata al soul, ma la musica dal vivo non vive di compartimenti stagni. Fabio Treves, il “Puma di Lambrate”, ha passato una vita a educare gli italiani alla musica del diavolo. Ma il modo in cui la sua band interpreta i pezzi ha un’anima che va oltre il blues accademico.
Quando suonano dal vivo, c’è quell’interplay, quello scambio di sguardi tra armonica, chitarra e ritmica che è l’essenza stessa del Soul: l’ascolto reciproco. Al Blue Days, le loro performance erano spesso il collante che teneva insieme fan di generi diversi. Vedevi il purista del jazz annuire, il rocker apprezzare il tiro, e l’appassionato di soul godersi il calore dell’esibizione.
Cosa rende un concerto Soul memorabile (secondo noi)
Dopo anni passati a montare palchi, gestire sound check infiniti e vedere centinaia di live, ho imparato che ci sono segnali precisi per capire se una band ha il “tiro” giusto o se sta solo facendo il compitino. Non è questione di tecnica, è questione di pancia.
- La sezione ritmica deve essere quasi “indietro”. Sembra un paradosso, ma nel vero soul il basso e la batteria spesso suonano un millisecondo dopo il beat, creando quel trascinamento, quel “lay back” che ti fa muovere la testa senza che te ne accorgi. Se sono troppo precisi, troppo “sul tempo”, diventa pop. E noi il pop di plastica lo lasciamo ad altri.
- L’imperfezione della voce è fondamentale. Se un cantante sale sul nostro palco ed è intonato come un software di autotune, perde punti. Volevamo sentire il respiro che si spezza, la nota sporca, l’urlo che gratta la gola. È lì che senti la verità. Raul Midon, in questo, è maestro assoluto: precisione ritmica mostruosa, ma un’emotività vocale che non si può campionare.
- L’Hammond o il piano elettrico non sono riempitivi, sono la colla. Quante volte abbiamo dovuto litigare con i fonici per alzare il volume delle tastiere? Troppe. Ma quel tappeto sonoro vibrante è ciò che trasforma una canzone normale in un’esperienza quasi religiosa.
- Il contatto col pubblico non è opzionale. Nel rock puoi fare la star distaccata, nel jazz puoi chiuderti nel tuo mondo, ma se fai Soul e non guardi negli occhi chi hai davanti, hai sbagliato mestiere. Al Blue Days, i momenti migliori erano quando il confine tra palco e prato spariva.
Le gallerie fotografiche: Catturare l’invisibile
Sul nostro sito abbiamo raccolto centinaia di scatti nelle varie edizioni. Ma fotografare un concerto soul è dannatamente difficile. Come fotografi il sudore che vola via da una faccia contorta in un acuto? Nelle nostre gallerie fotografiche, abbiamo cercato di selezionare non le foto “belle” o perfettamente a fuoco, ma quelle vere.
C’è una foto di un’edizione passata, durante un pezzo particolarmente lento e intenso, dove si vede il pubblico con gli occhi chiusi. Non un telefonino alzato, nessuno che fa video. Solo gente che ascolta. Per me, quella è l’immagine definitiva del successo di un festival. In un’epoca in cui se non posti su Instagram non esiste, il Soul ti costringe ancora a chiudere gli occhi e sentire.
Perché il Soul non morirà mai (e perché tornerà sempre di moda)
C’è stato un periodo, forse nei primi anni 2000, in cui sembravamo destinati a un futuro di sola musica elettronica. Niente strumenti veri, solo laptop. Eppure, guardatevi attorno oggi. I vinili vendono più dei CD. I giovani cercano campionamenti di vecchia musica soul anni ’70 per farci sopra la trap. C’è una fame atavica di autenticità.
Il Blue Days ha sempre scommesso su questo ritorno all’analogico. Un amplificatore valvolare che si scalda ha un odore particolare – sa di polvere bruciata ed elettricità. Uno strumento a fiato vero sposta l’aria. Queste sono sensazioni fisiche che nessuna piattaforma di streaming potrà mai replicare.
L’Italia, con il suo ritardo cronico sulle tendenze che poi recupera con una passione smisurata, è oggi un terreno fertilissimo per questo genere. Ci sono band emergenti in Emilia, in Campania, in Sicilia, che suonano un funk-soul che farebbe invidia a Memphis. Non copiano più. Hanno assimilato la lezione e ora parlano la loro lingua.
Per chi cerca informazioni sui vecchi concerti, sui video delle esibizioni o semplicemente vuole capire cosa succedeva in quelle notti umide e rumorose del Blue Days, questo archivio rimane aperto. Perché la musica finisce quando staccano la spina, ma il Soul, beh, quello tende a rimanerti appiccicato addosso.

