Contaminazioni: Jazz e Rock al Festival

Diciamocelo chiaramente: i puristi della musica sono spesso una noia mortale. Quelli che “se c’è la distorsione non è Jazz” o “se metti un accordo di nona diminuita non è Rock”. La verità è che la musica migliore, quella che ti fa muovere il piede o ti fa chiudere gli occhi sotto un palco, succede sempre nei margini. Nelle zone di confine.

Blue Days non è mai stato un semplice contenitore di date. Chi ha frequentato il nostro hub digitale o si è sporcato le scarpe sotto i palchi che abbiamo raccontato, sa bene che la nostra “ossessione” (chiamiamola col suo nome) è sempre stata l’ibridazione. Quando il Blues sanguigno della Treves Blues Band incontra le strutture aperte del jazz, o quando l’anima soul si veste di chitarre elettriche aggressive, lì succede qualcosa di irripetibile.

Non stiamo parlando di teoria musicale da conservatorio. Stiamo parlando di quella sensazione fisica che ti arriva addosso quando una sezione ritmica decide di spingere come un treno merci mentre il solista sta dipingendo un paesaggio impressionista. È il cuore pulsante di quello che abbiamo sempre cercato di documentare.

L’Anima Rock e Blues: Sudore e Valvole

Se guardiamo indietro alle gallerie fotografiche delle edizioni passate, c’è un filo conduttore che non manca mai: l’energia grezza. Il rock, nelle sue declinazioni più vicine al blues, non chiede permesso. Entra diretto.

Prendete l’esempio del già citato Fabio Treves e della sua band. Sulla carta è blues, certo. Ma dal vivo? Dal vivo è un muro di suono che ha la stessa attitudine del rock and roll più viscerale. Ho visto gente sotto il palco, magari venuta lì pensando di ascoltare “musica tranquilla”, ritrovarsi spettinata da un’armonica che suonava violenta come una chitarra elettrica collegata a un Marshall valvolare spinto al massimo.

Il segreto non è nella tecnica pura, ma nell’intenzione. Ed è qui che il rock contamina tutto il resto:

  • È quella sporcizia necessaria nel suono che rende tutto umano. Un amplificatore che ronza leggermente prima dell’attacco, una corda che frusta la tastiera. La perfezione digitale la lasciamo agli altri; qui ci piaceva il suono vero.
  • La gestione della dinamica è fondamentale. Il blues ti insegna che si può suonare piano da far venire i brividi, ma il rock ti ricorda che a volte serve il volume per scuotere lo sterno.
  • Non c’è spazio per l’ego pulito. Quando vedi le foto dei grandi performer che abbiamo ospitato o recensito, sono quasi sempre sudati, con le vene del collo in vista. Quella è l’estetica che ci piace.

Jazz e Soul: La Raffinatezza che non Annoia

Dall’altra parte della barricata – che poi barricata non è – c’è l’universo del Jazz e del Soul. Se il rock è il pugno nello stomaco, qui siamo nel territorio della seduzione mentale.

Un nome su tutti che ha incarnato perfettamente lo spirito di Blue Days è Raul Midon. Ecco, se dovessi spiegare a un alieno cosa intendiamo per “fusione di generi”, gli farei ascoltare un suo set. Lì c’è tutto. C’è la tecnica chitarristica che farebbe impallidire un jazzista accademico, con un uso del ritmo e della percussione sulla cassa armonica che è pura avanguardia. Ma poi c’è la voce.

Quella voce soul che sembra arrivare direttamente dagli anni ’70, calda, avvolgente, capace di trasformare una progressione di accordi complessa in una melodia che ti fischietti tornando a casa in macchina. Il jazz che abbiamo sempre amato promuovere non è quello cerebrale e freddo che si ascolta seduti composti in un teatro silenzioso. È il jazz che si è sporcato le mani nei club, che ha imparato dal funk, che non ha paura di far ballare.

Spesso, scorrendo i video highlights delle passate edizioni, notavo come il pubblico reagiva ai momenti di improvvisazione. Non c’era quel timore reverenziale noioso. C’era partecipazione. Perché quando un musicista jazz decide di “uscire” dallo spartito e dialogare con il pubblico, crea un momento unico, irripetibile. Non lo puoi scaricare da Spotify.

Quando i Mondi entrano in Collisione

Il vero miracolo, però, accade quando queste due anime smettono di ignorarsi e iniziano a parlarsi. La chiamiamo “Jazz-Rock”, “Fusion”, o come vi pare, ma le etichette servono solo ai negozi di dischi per organizzare gli scaffali. Per noi, è semplicemente il momento in cui la musica diventa tridimensionale.

Nel contesto del festival e della nostra attività editoriale, abbiamo sempre cercato di mettere in luce come questi due generi si rubino le idee a vicenda. I chitarristi rock iniziano a usare scale modali per uscire dalla solita pentatonica; i batteristi jazz iniziano a pestare sui fusti con l’attitudine di un rocker.

Ecco cosa succede quando decidi di non scegliere, ma di prendere tutto:

  • La sezione ritmica diventa un motore inarrestabile ma intelligente. Non è più solo tenere il tempo; è un continuo gioco di incastri ritmici (il famoso interplay) che però mantiene un groove solido, ballabile. Se non ti muovi, non funziona.
  • L’armonia si apre. Invece dei soliti tre accordi, all’improvviso ti trovi davanti a estensioni, cambi di tonalità improvvisi, colori che nel rock classico non sentiresti mai. Eppure, grazie all’energia dell’esecuzione, non suona mai “difficile” o pesante. Scorre.
  • La libertà diventa assoluta. Nel pop sai esattamente quando arriva il ritornello. In questa terra di mezzo tra jazz e rock, il bello è che non sai mai davvero dove andrà a parare il brano. Potrebbe finire in un assolo furioso di cinque minuti o sfumare in un sussurro acustico.

Il Ruolo di Blue Days come Curatore

Essere stati il punto di riferimento per gli appassionati di live music in Italia significava proprio questo: educare l’orecchio senza fare i professori. Il nostro sito non era solo un posto dove trovare date e orari. Era una mappa.

Se guardavi le nostre gallerie fotografiche, capivi subito il taglio. Non cercavamo la foto posata. Cercavamo il momento della “smorfia”, quello sforzo fisico del musicista che sta cercando la nota impossibile. Perché è lì che jazz e rock sono uguali: nella fatica e nella passione dell’esecuzione.

Molti venivano sul sito per cercare un concerto specifico, magari attirati da un nome famoso del rock, e finivano per scoprire un trio jazz sperimentale che suonava prima degli headliner. Questo è stato il nostro più grande successo. Vedere i commenti di gente che scriveva: “Sono venuto per il blues, ma quel sassofonista mi ha fatto volare via”.

L’archivio dei nostri video highlights testimonia proprio questa diversità. Passare da una ballata soul strappalacrime a un pezzo strumentale tiratissimo nello spazio di pochi click. È la bellezza della contaminazione. Non esiste un genere “superiore”. Esiste solo la musica suonata bene, con intenzione, e quella suonata per inerzia.

Alla fine, che si tratti di una Fender Stratocaster collegata a un pedale fuzz o di un contrabbasso suonato con l’archetto, quello che cercavamo (e che continuiamo a celebrare) è l’autenticità. Il Jazz dà la struttura e la libertà mentale, il Rock ci mette il cuore e le viscere. Il Blues e il Soul sono il collante che tiene tutto insieme, ricordandoci che, alla base di ogni virtuosismo, ci deve essere una storia da raccontare. E se non hai una storia, puoi fare tutte le note che vuoi al secondo, ma non arriverai mai a nessuno.

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