Raul Midon: Un Ospite dEccezione

C’è un momento preciso, durante i concerti di Raul Midon, in cui il pubblico smette di ordinare birre. Smette di chiacchierare. Smette persino di guardare lo schermo del telefono per fare l’ennesima storia su Instagram. È il momento in cui ci si rende conto che sul palco c’è una sola persona, ma il suono che arriva alle casse è quello di un trio jazz al completo.

Non sto esagerando. Chi ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo durante le passate edizioni del Blue Days sa esattamente di cosa parlo. Raul non è “solo” un chitarrista virtuoso o un cantante soul con una voce che ricorda Donny Hathaway; è un sistema sonoro autosufficiente. E la cosa che fa impazzire i puristi? Non usa loop station. Niente pedaliere magiche che registrano e ripetono.

Tutto quello che sentite accade in tempo reale. Le percussioni sulla cassa della chitarra, le linee di basso suonate con il pollice mentre le altre dita tessono armonie complesse, e quella voce… beh, quella voce è un capitolo a parte.

Il “Miracolo” Acustico al Blue Days

Quando abbiamo inserito Raul Midon nel programma del festival, ricordo che c’era un po’ di trepidazione. Il Blue Days ha sempre cercato di bilanciare le chitarre elettriche ruggenti del rock-blues con proposte più raffinate, ma Midon è un animale strano. Come si sarebbe comportato su un palco che aveva appena ospitato l’energia trascinante della Treves Blues Band? Il pubblico avrebbe retto un set acustico così tecnico?

La risposta è stata disarmante. Raul si è seduto, ha imbracciato la sua chitarra acustica e ha attaccato con un groove che molti batteristi faticano a tenere con le bacchette. C’è una fisicità nel suo modo di suonare che è contagiosa. Non si limita a pizzicare le corde; le aggredisce, le accarezza, le usa come trampolino.

In Italia siamo abituati bene, abbiamo una tradizione cantautorale enorme, ma l’approccio di Midon è radicalmente diverso. È americano fino al midollo nel senso migliore del termine: quella fusione perfetta tra la disciplina del jazz e l’anima del soul.

Oltre la Cecità: Parliamo di Musica, Quella Vera

Togliamoci subito il dente, perché in ogni articolo su di lui finisce che se ne parla troppo o troppo poco. Raul Midon è cieco dalla nascita (o quasi, avendo perso la vista da neonato per un incidente nell’incubatrice). Perché ve lo dico? Non per pietismo – figuriamoci, lui lo detesta – ma perché questo ha plasmato un approccio allo strumento che è tattile, quasi viscerale.

Non potendo guardare la tastiera, ha sviluppato una mappa mentale e fisica della chitarra che gli permette salti armonici rischiosissimi senza sbagliare un tasto. Ma c’è di più. La sua percezione del suono è totale.

Ecco alcune cose che potreste non aver notato, distratti dalla bellezza delle canzoni:

  • Mentre canta, la sua mano destra fa un lavoro di “slap” che simula rullante e cassa. Non è un semplice battere il tempo; è un vero e proprio pattern ritmico sincopato incastrato tra le note basse.
  • Le accordature aperte che usa non sono standard. Spesso inventa tensioni armoniche che rendono la chitarra “grande”, riempiendo frequenze che di solito coprono il pianoforte o i sintetizzatori.
  • Il famoso “mouth trumpet”. Non è un kazoo e non è un fischio. Midon ha sviluppato una tecnica vocale per imitare la tromba con una precisione tale che, se chiudete gli occhi, giurereste di avere Miles Davis nella stanza.

Soul, Jazz o Pop? Sì, Grazie.

Classificare Raul è un incubo per chi deve sistemare i dischi negli scaffali (esistono ancora?). La sua base è indiscutibilmente il Jazz. Ha studiato, ha quella sensibilità armonica lì. Ma le canzoni… le canzoni sono pop nell’accezione più nobile. Hanno ritornelli che ti si incollano addosso.

Prendete un pezzo come State of Mind. È diventata un classico moderno non perché è complessa, ma perché è vera. Parla della condizione umana con una leggerezza che ti permette di ballarci sopra, pur avendo un testo tutt’altro che banale. Al Blue Days, vederlo eseguire quel brano è stato come assistere a una lezione di come si tiene un palco: zero scenografie, luci fisse, eppure eravamo tutti lì, appesi a ogni singola sillaba.

La sua discografia è un viaggio che merita di essere fatto con calma, magari in cuffia per apprezzare i dettagli di produzione, anche se spesso sono dischi molto “secchi”, molto diretti.

Collaborazioni che Parlano da Sole

Nel mondo della musica, dimmi con chi suoni e ti dirò chi sei. Raul non è uno che si accontenta. Non stiamo parlando di featuring fatti per marketing, ma di stima professionale pura. Se Herbie Hancock ti vuole nel suo disco, non è perché sei simpatico.

Alcuni momenti chiave della sua carriera discografica che spiegano perché lo abbiamo voluto al festival:

  • La collaborazione con Stevie Wonder in Expressions of Love. Sentite l’armonica di Stevie e la chitarra di Raul dialogare e capirete cos’è il soul moderno.
  • Lavorare con il produttore Arif Mardin (quello di Aretha Franklin, per capirci). Mardin ha colto subito che la voce di Midon non andava coperta, ma lasciata libera di volare sopra arrangiamenti minimali.
  • L’album “Bad Ass and Blind”. Già dal titolo capite l’ironia e la grinta del personaggio. È un disco dove il jazz prende il sopravvento, sporcato da ritmiche latine che tradiscono le sue origini (padre argentino, madre afroamericana).

Perché il Pubblico del Blue Days lo Ama

Il nostro festival non è mai stato solo una vetrina. Volevamo creare un’esperienza. E Raul Midon rappresenta l’essenza di questa filosofia molto meglio di tanti headliner da stadio. È un artigiano della musica.

C’è una differenza sostanziale tra chi suona per mostrare quanto è bravo e chi suona per comunicare qualcosa. Midon appartiene alla seconda categoria, ma casualmente è anche mostruosamente bravo. Durante la sua performance italiana, ricordo distintamente un momento di silenzio totale durante una ballad, seguito da un boato scomposto, quasi da stadio, alla fine del suo assolo vocale di tromba.

È quella combinazione rara di intrattenimento e arte. Non ti annoi mai, nemmeno per un secondo, ma non ti senti nemmeno preso in giro da trucchetti da baraccone. È tutto vero, tutto sudato, tutto suonato.

Se oggi ripensiamo alle edizioni passate del Blue Days, tra le leggende del blues e le nuove leve del rock, la figura di Raul con i suoi occhiali scuri e la chitarra in braccio rimane una delle immagini più potenti. La dimostrazione che, alla fine della fiera, bastano sei corde e una voce per riempire non solo un palco, ma un’intera serata.

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