C’è un momento preciso, verso le due di notte, quando l’odore della birra stantia si mescola a quello delle valvole surriscaldate degli amplificatori. Il pubblico “normale” è andato a casa. Sono rimasti solo i musicisti, qualche irriducibile appassionato col bicchiere mezzo vuoto e il barista che sta solo aspettando di chiudere cassa.
È lì, in quel preciso istante, che succede. Qualcuno chiama un “treno” in Mi, il batterista conta un quattro che sembra durare un’eternità e, improvvisamente, quattro persone che forse non si sono mai viste prima suonano come se fossero cresciute sullo stesso portico nel Mississippi.
Se avete frequentato le edizioni del Blue Days, sapete di cosa parlo. Certo, i grandi nomi sul cartellone principale facevano vendere i biglietti. Vedere la Treves Blues Band o un mostro sacro come Raul Midon sul palco principale era un’esperienza tecnica ed emotiva pazzesca. Ma la vera “polpa”, quella che ti resta appiccicata addosso, spesso veniva fuori dopo. Nelle jam session improvvisate, nei club laterali, o quando il concerto finiva e i musicisti non ne avevano ancora abbastanza.
La Jam Session non è un “concerto disorganizzato”. Per chi ama il blues, è l’equivalente di una messa laica, ma con regole molto più severe e, onestamente, molto più divertenti.
Non è solo “fare casino” insieme
C’è un equivoco gigantesco che gira tra chi non suona: l’idea che la jam sia libertà totale. “Andate lì e fate quello che vi pare”. Balle. Se fosse così, uscirebbe solo rumore.
Il blues, paradossalmente, permette questa libertà estrema proprio perché ha una gabbia di ferro: le 12 battute. È un linguaggio universale. Ho visto musicisti italiani che non parlavano una parola di inglese suonare con armonicisti di Chicago capendosi alla perfezione solo con un’occhiata o un cenno del manico della chitarra. “Dal V”, gridi al bassista, e lui sa esattamente dove andare. Non serve altro.
Nelle edizioni passate del Blue Days, abbiamo cercato di catturare questo spirito anche nelle esibizioni ufficiali, ma la magia della jam è la sua imprevedibilità. È un filo teso senza rete di protezione. Sul palco, durante un tour, hai la scaletta, hai provato i finali, sai quando entra il solo di sax. In una jam? Non sai nemmeno se il brano finirà tra tre minuti o tra venti.
La “Head Cutting”: Una lezione di umiltà
Parliamoci chiaro. La jam session ha radici storiche che non sono tutte “peace & love”. Risalgono ai vecchi cutting contests, sfide musicali brutali dove i pianisti o i chitarristi si sfidavano a duello per vedere chi aveva più fegato e tecnica. Chi perdeva, a volte, se ne andava letteralmente con la coda tra le gambe.
Oggi l’atmosfera è più rilassata, certo, ma quel brivido di competizione sana rimane. È il modo in cui questa cultura si tramanda. Non impari il blues sui libri di teoria musicale. Puoi studiare la scala pentatonica per dieci anni nella tua cameretta, ma la prima volta che sali su un palco in una jam session vera e un veterano ti guarda storto perché non stai “portando il tempo” (lo shuffle, maledetto shuffle), impari più in tre minuti che in tre anni di conservatorio.
È successo anche da noi. Ho visto giovani chitarristi, tecnicamente mostruosi, salire sul palco convinti di spaccare tutto con mille note al secondo. Poi arrivava un vecchio bluesman con una chitarra mezza scassata, suonava una sola nota, la vibrava nel modo giusto, e zittiva l’intera sala. Quella è la scuola. Quella è la cultura.
Il “Galateo” non scritto del palco
Se state pensando di buttarvi in una jam, o se vi è capitato di assistere a una delle nostre serate e non capivate certe dinamiche, ecco come funziona davvero il dietro le quinte. Non troverete queste regole appese al muro, ma se le infrangete, non verrete invitati di nuovo.
- Il volume è un’arma, non usarla contro i tuoi alleati. Se alzi il tuo amplificatore più di quello del cantante o dell’armonica, sei fuori. Il blues è dinamica. Se non sai suonare piano, non sai suonare blues. Punto. I migliori momenti nelle jam del Blue Days erano quando la band suonava così piano che potevi sentire il batterista respirare.
- L’ascolto batte l’esecuzione. Molti pensano a cosa suonare dopo. I bravi ascoltano cosa stanno facendo gli altri adesso. Se il pianista sta facendo un solo delicato e tu entri con un accordo distorto in power-chord, hai appena ucciso l’atmosfera. È un crimine musicale.
- Rispetta i turni, per l’amor del cielo. Di solito, un cenno del capo banda indica a chi tocca il solo. Se non ti guardano, continua a fare ritmica. E quando hai finito il tuo giro, passa la palla. Ho visto gente suonare assoli di 5 minuti mentre il resto della band si addormentava in piedi. Non farlo.
- Conosci i classici o stai a casa. “Sweet Home Chicago”, “The Thrill is Gone”, “Hoochie Coochie Man”. Se non conosci la struttura di base di questi pezzi, imparali prima di salire. Non c’è niente di peggio che vedere un batterista che cerca di indovinare gli stacchi in diretta mentre il cantante cerca di tenere insieme il pezzo.
Perché il Blue Days ha sempre puntato su questo
Perché vi racconto tutto questo? Perché quando abbiamo costruito il Blue Days, l’obiettivo non era solo fare una vetrina di celebrità. Volevamo che il festival fosse un hub. Volevamo che la gente capisse che questa musica è viva. Non è un reperto archeologico da guardare in una teca.
La jam session è il sistema circolatorio del blues. Senza di essa, il genere muore. È lì che le nuove generazioni rubano i trucchi ai maestri. È lì che nascono le nuove band. Quante volte ho visto un bassista e un chitarrista conoscersi jamminando su un pezzo di Muddy Waters alle tre di notte e decidere di formare un gruppo la settimana dopo? Decine.
L’aspetto sociale (e la birra)
C’è anche un lato puramente umano. La jam appiana le differenze. Sul palco, non importa se sei un avvocato, un muratore o uno studente. Se hai il feel, sei un fratello. Se non ce l’hai, beh, ti offriamo una birra e ne riparliamo la prossima volta.
Ricordo una serata particolare durante una delle nostre edizioni passate. C’era un’elettricità strana nell’aria. Avevamo avuto un problema tecnico col palco principale, un ritardo mostruoso, la gente era nervosa. Finita la serata ufficiale, ci siamo spostati in un locale più piccolo lì vicino. La tensione si è sciolta istantaneamente appena è partita la prima nota di basso. Musicisti che prima erano stressati per il soundcheck si sono rilassati, hanno riso, hanno “giocato”. Ecco, il termine inglese to play significa sia suonare che giocare. In italiano purtroppo perdiamo questa sfumatura, ma è essenziale.
Cosa ci siamo persi e cosa resta
Oggi, con i locali che chiudono sempre prima e le leggi sui decibel che strozzano la musica dal vivo in Italia, le jam session vere sono diventate merce rara. Molti posti preferiscono il DJ set o la tribute band che suona sempre uguale. Meno rischi, meno problemi.
Ma chi cerca l’anima della musica sa dove guardare. Cerca quei posti un po’ bui, magari non centralissimi, dove c’è una batteria montata fissa nell’angolo e un amplificatore valvolare che ronza leggermente in sottofondo. Il Blue Days è nato da quella passione lì, e anche se il festival ha avuto la sua evoluzione, il cuore pulsante rimane quello.
La prossima volta che vedete una locandina con scritto “Open Jam Blues”, non pensateci due volte. Entrate. Magari sentirete qualcuno stonare, magari la batteria non sarà perfettamente accordata. Ma vi garantisco che ci sarà un momento, magari dura solo dieci secondi, in cui tutto si incastra e sentirete quell’energia grezza che nessun disco registrato in studio potrà mai replicare.
Prendete una sedia, ordinate qualcosa da bere e godetevi lo spettacolo dell’imprevisto. Perché alla fine, nella vita come nel blues, le cose migliori succedono quando non segui lo spartito.
