Se c’è una cosa che abbiamo imparato in anni di organizzazione e partecipazione al Blue Days, tra un soundcheck della Treves Blues Band e l’attesa per Raul Midon, è che l’entusiasmo iniziale svanisce molto in fretta se hai le scarpe sbagliate o se ti sei scordato l’acqua.
Guardate, i festival estivi sulla carta sembrano sempre un sogno: tramonti dorati, musica nell’aria, gente felice. La realtà? Spesso è polvere, 35 gradi all’ombra (se la trovate), file interminabili per una birra tiepida e gambe che cedono dopo tre ore in piedi. E sapete una cosa? Ne vale comunque la pena. Assolutamente.
Ma c’è una differenza abissale tra chi torna a casa con un bel ricordo e chi torna a casa con un’insolazione e i piedi distrutti. La differenza sta tutta nella preparazione. Non parlo di fare un piano militare, ma di un minimo di buon senso pratico che spesso, presi dall’hype per la lineup, ci dimentichiamo a casa.
La regola d’oro dello Zaino: Meno è meglio (ma quel “meno” deve essere giusto)
Ho visto gente arrivare ai cancelli con zaini da trekking da 60 litri come se stessero partendo per l’Himalaya. Errore madornale. In mezzo alla folla, uno zaino ingombrante è una condanna: sudi il triplo, dai fastidio a chi ti sta dietro e diventi il bersaglio preferito dei borseggiatori.
Puntate su uno zainetto piccolo, massimo 15-20 litri, o ancora meglio un marsupio capiente se riuscite a farci stare l’essenziale. Ecco cosa serve davvero, senza fronzoli:
- Il powerbank non è un optional, è vitale. Con la rete che salta perché ci sono 5.000 persone agganciate alla stessa cella e le storie Instagram che caricate, la batteria vi saluterà verso le 19:30. Un 10.000 mAh sottile vi salva la serata (e il ritorno a casa se avete i biglietti sul telefono).
- Tappi per le orecchie. Non quelli di spugna gialli da cantiere che ovattano tutto. Investite 15-20 euro in tappi ad alta fedeltà. Se state sotto cassa durante un assolo di tromba o un giro di basso potente, le vostre orecchie ringrazieranno il giorno dopo. L’acufene non è un bel souvenir.
- Fazzoletti di carta e salviette umidificate. Sembra banale finché non entrate in un bagno chimico alle dieci di sera e realizzate che la carta è finita alle cinque del pomeriggio. In quel momento, un pacchetto di fazzoletti vale più di un pass backstage.
- Una busta di plastica vuota con chiusura ermetica (tipo Ziploc). Se arriva l’acquazzone estivo improvviso – e fidatevi, arriva sempre quando meno ve lo aspettate – telefono e portafoglio restano asciutti.
Vestirsi per sopravvivere, non per sfilare
Capisco la voglia di sfoggiare l’outfit perfetto per le foto. Ma i festival blues, rock e jazz che amiamo noi, quelli veri, si svolgono su campi da rugby, parchi polverosi o piazze roventi. Dopo due ore, lo stile passa in secondo piano rispetto alla sopravvivenza.
Il dilemma delle scarpe è il più critico. Vi prego, lasciate perdere i sandali aperti o le infradito. Ho visto unghie saltare per un pestone involontario durante un pezzo rock un po’ più movimentato. Ma evitate anche gli anfibi nuovi di zecca non ancora rodati. La scelta migliore è quella sneaker brutta, vecchia, che avete già deformato sulla forma del vostro piede e che non vi dispiace se finisce coperta di fango o birra.
Un altro aspetto che frega sempre i novizi è l’escursione termica. Alle 15:00 si muore di caldo. Alle 23:30, specialmente se il festival è in una zona verde o umida, l’umidità ti entra nelle ossa. Una felpa leggera o una camicia di flanella da legare in vita non occupa spazio e vi salva la nottata quando l’adrenalina scende.
La strategia dell’idratazione (e del cibo)
Qui bisogna essere scaltri. La maggior parte dei festival ha regole severe: niente tappi alle bottiglie, niente vetro, niente lattine. La sicurezza all’ingresso vi farà buttare il tappo della vostra bottiglietta d’acqua. È una misura di sicurezza standard.
Il trucco del veterano? Portatevi un paio di tappi di riserva nascosti in tasca o nel portafoglio. Una volta dentro, comprate l’acqua (che ve la daranno stappata), e voilà, potete richiuderla. Sembra una sciocchezza, ma ballare con una bottiglia aperta in mano significa che al primo applauso vi fate la doccia.
Per quanto riguarda il cibo, mangiate qualcosa di solido e salato prima di entrare. I food truck dentro sono fantastici, ma costano cari e le file alle 20:00 sono disumane. Se arrivate a stomaco vuoto e iniziate a bere alcolici sotto il sole, non arriverete a sentire gli headliner. Un paio di barrette proteiche o della frutta secca nello zaino passano quasi sempre i controlli e vi danno quel boost di energia necessario a metà pomeriggio.
Gestione della posizione: Dove mettersi?
Quando ospitavamo artisti internazionali qui in Italia per il Blue Days, notavo sempre due tipi di pubblico. Quelli che si accalcano alla transenna centrale e passano il concerto schiacciati, e quelli che sanno come godersi la musica. Se siete audiofili, la posizione migliore non è sotto il palco.
Cercate il mixer. È quella tenda o struttura al centro dell’area parterre con tutte le luci e i tecnici del suono. Mettetevi qualche metro davanti al mixer. Il fonico sta mixando l’audio perché suoni perfetto esattamente in quel punto. Lì sentirete ogni sfumatura della chitarra, ogni nota del basso, bilanciati perfettamente. Sotto cassa sentirete solo i subwoofers vibrarvi nello stomaco.
Il piano di ritrovo analogico
Questa è una cosa che sbagliano tutti. “Ci vediamo dopo vicino al bar” non vuol dire nulla quando ci sono tre bar identici e duemila persone davanti. E come dicevamo prima, i telefoni non prendono mai quando servono.
Appena entrate, individuate un punto fisico inequivocabile e poco frequentato. “Ci vediamo al palo della luce con l’adesivo rosso destra del palco” o “Davanti allo stand del merchandising, lato sinistro”. Stabilite un orario di ritrovo in caso ci si perda. Sembra paranoico, ma perdere gli amici in un festival gigante e passare due ore a cercarli da solo non è il modo migliore per godersi la serata.
Sole, pelle e la trappola delle nuvole
Non mi importa se siete olivastri e vi abbronzate facilmente. Stare sei, otto ore sotto il sole di luglio, spesso senza alberi, è pericoloso. La “coppola” del camionista o il cappello di paglia non sono accessori di moda, sono scudi termici. Proteggere la testa evita quel mal di testa pulsante che arriva puntuale a metà concerto.
E la crema solare? Mettetela prima di uscire di casa. Molti festival vietano i flaconi di crema spray o i tubetti grandi (vengono considerati liquidi o potenziali proiettili). Se dovete portarla, prendete quelle bustine piccole o gli stick solidi che sembrano burrocacao, quelli passano sempre e sono ottimi per naso e zigomi, le prime parti a bruciarsi.
Ricordo un’edizione dove il cielo era coperto. “Si sta benissimo”, dicevamo tutti. Il giorno dopo sembravamo aragoste bollite. Gli UV passano le nuvole, specialmente se state sull’erba o sulla sabbia che riflettono.
Godersi il momento (Lascia giù quel telefono)
So che sembra il classico discorso da boomer, ma c’è un fondo di verità tecnica. Quando suonano gruppi del calibro della Treves Blues Band, l’atmosfera si crea con lo scambio di energia tra palco e pubblico. Se l’artista guarda giù e vede un mare di schermi luminosi invece di facce, l’energia cala. È matematico.
Fate due foto, fate un video di 15 secondi per il ricordo, e poi mettetelo via. Guardate il concerto con gli occhi, non attraverso uno schermo da 6 pollici. Tra dieci anni non riguarderete quel video mosso e con l’audio distorto, ma vi ricorderete la sensazione della batteria che vi colpiva il petto e la gente che cantava insieme a voi.
Un festival all’aperto è una maratona, non uno sprint. Bevete acqua tra una birra e l’altra (rapporto 1 a 1, fidatevi), sedetevi quando suonano i gruppi spalla che non vi interessano troppo per risparmiare le gambe, e siate gentili con chi vi sta intorno. Alla fine, siamo tutti lì per la stessa ragione: lasciarci trasportare dalla musica.
