Se dovessi descrivere l’edizione 2016 del Blue Days con una sola immagine, probabilmente sceglierei quella di un cavo jack impigliato in un’asta del microfono mentre il batterista cerca disperatamente di attirare l’attenzione del tecnico del suono. È in questi dettagli sporchi, imperfetti e meravigliosamente umani che si nasconde la vera anima di un festival.
Guardando indietro all’archivio, il 2016 non è stato il solito compitino annuale. C’era elettricità nell’aria, e non parlo solo dei generatori industriali dietro al palco principale. Era l’anno in cui abbiamo deciso, forse con un pizzico di incoscienza, che il “Blues” nel nome non doveva diventare una gabbia. L’Italia ha una tradizione musicale strana: siamo puristi fino al midollo, ma poi quando ci buttano addosso un mix di generi fatto bene, impazziamo.
Quella stagione è stata torrida. Chi c’era se lo ricorda bene. L’umidità ti si appiccicava addosso appena scendevi dalla macchina, e l’odore di salamella mista a birra alla spina era praticamente il profumo ufficiale dell’evento. Ma una volta accesi i riflettori, il caldo è passato in secondo piano.
Il coraggio di cambiare pelle (senza tradire le radici)
C’è sempre quel momento di terrore quando organizzi una lineup che devia dal percorso sicuro. Fino all’anno prima, il pubblico sapeva esattamente cosa aspettarsi: dodici battute, armonica, chitarra slide, fine. Nel 2016, invece, il cartellone sembrava una scommessa.
Jazz e Soul non sono stati inseriti come riempitivi, ma come protagonisti prepotenti. Ricordo chiaramente le discussioni nel backstage sul fatto se il pubblico avrebbe retto un set acustico di quaranta minuti in mezzo a band elettriche che spingevano i decibel oltre la soglia del dolore. La risposta è stata un silenzio religioso, di quelli che ti fanno venire la pelle d’oca anche a distanza di anni.
Non è stato tutto perfetto, intendiamoci. I cambi palco sono stati un incubo logistico. Quando devi smontare un set da big band soul con sezione fiati completa per far posto a un trio rock essenziale, i tempi morti si dilatano. Abbiamo visto fonici correre come centometristi per ricablare le spie in tempo. Ma fa parte del gioco. Se volete la perfezione ascoltatevi un CD a casa; qui si veniva per il sudore.
Raul Midon: L’uomo che orchestrava l’impossibile
Parliamo di Raul Midon. Onestamente, vederlo dal vivo nel 2016 è stato uno schiaffo morale a chiunque abbia mai preso in mano una chitarra pensando di saper suonare. C’è una foto nella nostra galleria fotografica che cattura esattamente il momento di cui parlo: lui seduto, da solo, che riempie uno spazio sonoro che normalmente occuperebbero quattro musicisti.
La cosa che mi ha colpito non è stata tanto la tecnica – che vabbè, è aliena – quanto la reazione della gente in prima fila. All’inizio c’era quel tipico scetticismo italiano, braccia conserte, sopracciglio alzato. “Vediamo cosa sa fare questo”. Dieci minuti dopo, la stessa gente aveva la bocca aperta.
- Midon non “suona” la chitarra, la percuote. Usa la cassa armonica per creare linee ritmiche che si incastrano con gli accordi in un modo che matematicamente non dovrebbe funzionare.
- Quella sua tecnica vocale di simulare la tromba con la bocca? Dal vivo è spiazzante. Chiudevi gli occhi e giuravi ci fosse un trombettista soul lì di fianco.
- Il groove. Al di là dell’acrobazia tecnica, c’era un’anima soul densissima. Non era esibizionismo, era musica che ti prendeva allo stomaco.
È stato il ponte perfetto. Ha preso la malinconia del blues, l’ha impastata con l’armonia jazz e l’ha servita con una cattiveria ritmica degna del rock. Lì abbiamo capito che la scommessa del 2016 era vinta.
La Vecchia Guardia: Treves Blues Band e il “Puma”
Poi, ovviamente, c’è stato il ritorno alle origini. Non puoi fare un festival del genere in Italia senza rendere omaggio a chi questa strada l’ha asfaltata decenni fa. La Treves Blues Band non è solo un gruppo, è un’istituzione. Fabio “il Puma” Treves è salito sul palco con quella sua aria da zio che ne ha viste troppe per scomporsi, e ha fatto quello che sa fare meglio: ha educato.
C’è una differenza sostanziale tra suonare il blues e “essere” nel blues. Nel 2016 la band girava con una precisione meccanica spaventosa. Alex “Kid” Gariazzo alla chitarra ha tirato fuori dei soli che, vi giuro, hanno fatto tremare i bicchieri di plastica al bar in fondo alla venue. Ma al di là dei tecnicismi, è stata la capacità di Treves di tenere il palco a fare la differenza.
Mi ricordo un momento specifico verso metà concerto. C’è stato un piccolo problema tecnico, un ritorno fastidioso su una spia. Invece di fermarsi o lamentarsi, Fabio ci ha giocato sopra, trasformando quel fischio in un’intro per l’armonica. La gente è andata fuori di testa. Questa è l’esperienza che non compri all’ingrosso.
Dietro l’obiettivo: Fotografia e memoria
Uno degli aspetti su cui abbiamo spinto di più in quell’edizione è stato il lato visivo. Spesso i concerti blues vengono documentati male: foto buie, mosse, piene di fumo artificiale che copre tutto. Nel 2016 abbiamo sguinzagliato i fotografi con un ordine preciso: “Non portateci le solite foto posate del chitarrista che fa la faccia sofferente. Vogliamo vedere il pubblico, i cavi per terra, il sudore sulla fronte del batterista”.
Il risultato è una galleria che, ancora oggi, guardo volentieri non tanto per documentazione, ma per “sentire” di nuovo quella serata. Le luci quell’anno erano particolarmente difficili – un mix di LED blu saturi e spot bianchi accecanti che facevano impazzire i sensori delle macchine fotografiche. Eppure, le immagini in bianco e nero della jam session finale hanno una grana pazzesca.
Se scorrete le immagini, fate caso ai dettagli sullo sfondo. Noterete la trasformazione del pubblico durante la serata: dalle facce composte dell’inizio alle camicie sbottonate e i balli scomposti del finale. È la cronistoria di una liberazione collettiva.
Logistica, imprevisti e quella strana magia
Essendo il punto di riferimento per gli appassionati, ci teniamo a raccontare anche cosa non ha funzionato, perché dà valore a ciò che invece è andato liscio. Quell’anno la gestione del flusso video è stata un’impresa. Volevamo trasmettere i video highlights quasi in tempo reale sugli schermi laterali.
Bella idea, pessima realizzazione pratica. La renderizzazione dei video con il caldo che faceva mandava in blocco i computer ogni venti minuti. Abbiamo passato la serata a pregare che le ventole di raffreddamento non esplodessero. Alla fine, il pubblico ha visto solo un paio di glitch, ma dietro le quinte sembrava la sala controllo della NASA durante l’Apollo 13.
Ma è proprio questo il punto. Il Blue Days 2016 non voleva essere un prodotto televisivo patinato. Voleva essere vero. Il rock, il soul e il jazz vivono di imprevisti. Un assolo che si allunga perché il chitarrista “se la sente”, una scaletta che cambia all’ultimo perché il pubblico risponde meglio ai pezzi veloci che alle ballate.
Cosa ci è rimasto di quell’edizione?
Alla fine della fiera, quando le luci si sono spente e i roadie hanno iniziato a smontare la batteria (sempre l’ultima a essere caricata sul furgone, poveri batteristi), la sensazione era di sazietà. Non eravamo solo pieni di musica, eravamo soddisfatti di aver visto tre mondi musicali diversi convivere senza pestarsi i piedi.
Il jazz ha portato la raffinatezza e l’imprevedibilità armonica. Il soul ha messo il cuore e la voce. Il rock e il blues hanno tenuto tutto insieme con quella struttura solida e terrena che ti fa battere il piede anche se non vuoi.
Se oggi continuiamo a organizzare eventi e a curare questo archivio, è perché edizioni come quella del 2016 ci hanno insegnato che il pubblico italiano è molto più pronto e aperto di quanto dicano le statistiche di mercato. Non servono solo le hit radiofoniche; serve gente che sappia suonare davvero, che sanguini sullo strumento se necessario. E nel 2016, credetemi, sul palco non si è risparmiato nessuno.
