Se c’è una cosa che ho imparato dopo anni passati a macinare chilometri su e giù per lo Stivale inseguendo un accordo di settima dominante, è che il blues in Italia non è solo una nicchia. È una specie di religione carbonara. Non siamo a Chicago e nemmeno nel Delta del Mississippi, ma provate ad andare in una serata umida nella provincia di Rovigo o in qualche piazza medievale toscana a luglio, e ditemi se non sentite quella stessa vibrazione.
Organizzare un weekend di musica dal vivo qui da noi, però, non è esattamente come prenotare una vacanza al mare a Rimini. Richiede un po’ di strategia, un pizzico di fatalismo e, onestamente, una buona dose di caffeina per i ritorni notturni in autostrada. Qui su Blue Days ne abbiamo viste di tutti i colori, dai palchi montati in ritardo fino alle esibizioni memorabili di gente come Raul Midon o la mitica Treves Blues Band. Quello che vi scrivo qui non è la solita guida turistica patinata; è quello che succede davvero quando decidi di seguire il richiamo della “nota blu”.
Scegliere la meta: Non esistono solo i grandi nomi
L’errore classico del principiante è guardare solo i cartelloni giganti. Certo, se arriva Eric Clapton al Lucca Summer Festival ci andiamo tutti, mutuo permettendo. Ma il vero turismo musicale, quello che ti lascia addosso qualcosa di più del semplice merchandising, si fa nei festival medi e piccoli.
L’Italia è strana. Abbiamo festival jazz che fanno blues, festival rock che fanno soul. La geografia conta. Se amate il suono acustico, ruvido, quasi paludoso, la Pianura Padana offre sorprese incredibili. C’è una connessione spirituale tra la nebbia del Po e quella del Mississippi che non so spiegare razionalmente, ma c’è. Al sud, invece, le rassegne tendono a essere più esplosive, più fisiche, spesso mescolate con sagre enogastronomiche che – diciamocelo – non guastano mai.
Un consiglio spassionato? Cercate gli eventi dove la location è scomoda. Più è difficile arrivarci, più la selezione del pubblico è di qualità. Niente turisti per caso che chiacchierano durante i pezzi lenti, solo gente che sa distinguere una Fender Stratocaster da una Telecaster a orecchio.
La logistica del “Road Trip” musicale
Lasciate perdere i treni regionali se volete fare sul serio. La maggior parte dei festival blues più genuini si nasconde in borghi, parchi naturali o piazze di provincia dove l’ultimo autobus passa alle 19:30. Qui serve la macchina. E serve organizzata bene.
Ecco come la vedo io sulla questione spostamenti e alloggio:
- Chi prenota l’hotel attaccato al palco di solito se ne pente. I soundcheck iniziano nel pomeriggio e finiscono tardi. Se volete riposare prima del concerto, cercate un agriturismo a 10-15 km di distanza. Risparmiate soldi e guadagnate salute mentale.
- Il parcheggio è la vera bestia nera dei festival italiani. Se arrivate “giusti” per l’inizio del concerto, parcheggerete in un’altra provincia. Arrivate sempre due ore prima, fatevi un giro, mangiate qualcosa con calma. Lo stress da parcheggio uccide il mood del blues più di una corda rotta.
- Occhio alle ZTL. Molti eventi storici, come accadeva per le edizioni passate celebrate qui su Blue Days, sono in centri storici blindati dalle telecamere. Ho collezionato più multe che plettri negli anni. Scaricate le app per i parcheggi locali prima di partire, fidatevi.
Budget: Quanto costa davvero la passione?
Parliamoci chiaro, i tempi dei concerti gratuiti in piazza finanziati dai comuni stanno finendo, o comunque la qualità di quelli gratuiti è altalenante. Un weekend fatto bene ha dei costi che vanno calcolati per non trovarsi a mangiare cracker all’autogrill al ritorno.
Il biglietto è solo l’inizio. In Italia, inspiegabilmente, il costo del “food & beverage” all’interno delle aree concerto è schizzato alle stelle. Una birra media in un bicchiere di plastica sgasata può costarvi quanto un LP in vinile usato se non state attenti. Il mio approccio è semplice: cena sostanziosa in una trattoria locale prima di entrare. Supportate l’economia locale vera, mangiate meglio e spendete la metà. Poi dentro vi concedete quella birra gelata che serve a lubrificare le corde vocali per cantare i ritornelli.
Mettete in conto anche il merchandising. È difficile resistere. Quando vedete una band che ha appena sputato l’anima sul palco per due ore, comprare il loro CD o la maglietta è il modo migliore per dire “grazie”, molto più dell’applauso. È un costo nascosto ma eticamente necessario.
L’equipaggiamento di sopravvivenza
Sembra esagerato parlare di sopravvivenza? Provate a stare in piedi cinque ore a luglio nella bassa padana o sugli scalini di pietra di un anfiteatro romano.
- Le scarpe definiscono la vostra serata. Dimenticate lo stile. Se avete intenzione di stare sotto palco, servono scarpe che abbiate già rodato. Ho visto gente in infradito venire calpestata durante un pezzo rock-blues scatenato. Non è una bella scena.
- Lo spray antizanzare è più importante del biglietto. Non sto scherzando. Specialmente se il festival è vicino a laghi o fiumi (e il blues ama l’acqua), le zanzare italiane non hanno pietà per gli amanti della musica. Vi mangeranno vivi mentre cercate di godervi un assolo di armonica. Portatelo.
- Tappi per le orecchie. Non quelli di spugna gialla che vi isolano dal mondo, ma quelli professionali che abbattono le frequenze dannose mantenendo la qualità del suono. Se volete continuare a sentire la musica anche a sessant’anni, sono un investimento di 20 euro che vi cambia la vita.
- Una felpa, anche se ci sono 30 gradi di giorno. L’escursione termica alle due di notte, quando l’adrenalina scende e state camminando verso la macchina, è traditrice.
Il fascino delle “Jam Session” post-concerto
Questo è un segreto che pochi neofiti conoscono. Il concerto ufficiale finisce, le luci si accendono, la massa se ne va. Ma il vero weekend blues inizia spesso dopo. Molti festival organizzano delle “after-hours” sessions nei locali vicini, o a volte gli stessi musicisti si spostano nel bar dell’hotel per suonare ancora.
Mi è capitato di vedere membri della Treves Blues Band o artisti internazionali sedersi con una birra in mano e suonare standard blues fino all’alba con musicisti locali. È lì che succede la magia. Non c’è biglietto, non c’è palco, c’è solo musica. Chiedete sempre ai baristi o ai tecnici del suono: “Dove si va dopo?”. Spesso la risposta vi porterà in una cantina fumosa (figurativamente, ormai) dove vivrete il momento migliore del viaggio.
La cultura dell’ascolto in Italia
Una piccola nota dolente, ma va detta. Il pubblico italiano è caloroso, a volte troppo. C’è il vizio di chiacchierare durante i concerti. Se state organizzando questo viaggio con amici, fatelo con quelli giusti. Quelli che sanno stare zitti quando il chitarrista abbassa il volume per creare atmosfera.
Il rispetto per chi suona è fondamentale. I grandi artisti che abbiamo ospitato qui su Blue Days negli anni passati ci hanno sempre detto che l’Italia ha un calore unico, ma bisogna saperselo meritare. Essere un “turista musicale” significa porsi non come consumatore passivo, ma come parte integrante dello spettacolo. La vostra energia alimenta chi sta sul palco.
Conclusione: Perché lo facciamo?
Alla fine, potreste chiedervi perché sbattersi tanto. Chilometri, alberghi spesso mediocri, zanzare, costi. Si fa perché c’è un momento preciso, di solito a metà concerto, quando basso e batteria si incastrano perfettamente su uno shuffle, che ti fa dimenticare tutto il resto. Il blues, il soul, il buon rock, hanno questo potere curativo. In Italia abbiamo la fortuna di poter abbinare questa musica a scenari architettonici e naturali che il resto del mondo ci invidia.
Quindi, prendete la macchina, caricate gli amici (quelli giusti), e andate. Magari ci si incrocia sotto un palco, birra in mano, mentre parte “Sweet Home Chicago” per la millesima volta, e sembrerà sempre la prima.
