Differenze tra Blues, Soul e Jazz: Una Guida per Appassionati

Siamo onesti: quante volte vi è capitato di trovarvi a un festival, magari con una birra in mano sotto il palco, e chiedere al vostro amico: “Ma questo è jazz o è blues un po’ sofisticato?”. Se vi è successo, non preoccupatevi. La linea di confine tra questi generi è talmente sottile e sfumata che persino i musicisti, quelli bravi, spesso faticano a dirvi esattamente dove finisce uno e inizia l’altro.

Qui a Blue Days abbiamo passato anni a costruire lineup che mescolassero tutto questo calderone sonoro. Abbiamo visto sul palco gente come la Treves Blues Band, che porta il blues nelle ossa, e artisti inclassificabili come Raul Midon, che con la chitarra fa cose che tecnicamente sarebbero jazz, ma con un’anima decisamente soul.

Non sono qui per farvi una lezione di musicologia da conservatorio – annoierebbe voi e onestamente anche me. Voglio darvi una bussola pratica. Una guida “da strada” per capire cosa state ascoltando, basata su quello che ho imparato guardando centinaia di soundcheck e vedendo come il pubblico italiano reagisce alle diverse vibrazioni.

Il Blues: Il Nonno di Tutti (e la Verità in Tre Accordi)

C’è un vecchio detto, forse un po’ abusato ma verissimo, che dice: “Il Blues ha avuto un figlio e lo hanno chiamato Rock ‘n’ Roll”. Ma prima di diventare genitore, il Blues è stato lamento, lavoro e sudore.

Se state ascoltando un pezzo e sentite che la struttura si ripete in modo quasi ipnotico, probabilmente siete nel territorio del Blues. La classica struttura sulle 12 battute non è una regola ferrea, ma è lo scheletro su cui si regge tutto.

La caratteristica fondamentale qui non è la complessità, è l’espressione diretta. Nel Blues, se il chitarrista sbaglia una nota ma la suona con il “tiro” giusto, nessuno se ne accorge. Anzi, piace. È musica sporca nel senso migliore del termine.

Come riconoscerlo al volo:

  • Cercate la “Blue Note”. È quella nota leggermente calante, che suona un po’ stonata rispetto alla scala maggiore europea, ma che vi fa venire i brividi lungo la schiena. È il suono della malinconia.
  • La chitarra (elettrica o acustica) e l’armonica sono quasi sempre i protagonisti assoluti che dialogano con la voce. È quello che chiamiamo Call and Response: il cantante dice una frase, la chitarra gli risponde.
  • I testi parlano di problemi reali. Niente filosofia astratta. Si parla di soldi che mancano, amori finiti male, treni persi o whiskey economico. È musica concreta.

Ricordo un’edizione passata del nostro festival: quando partiva un giro di basso blues classico, vedevi la gente muovere la testa istintivamente. Non devi “capirlo”, ti arriva allo stomaco. Fabio Treves, ad esempio, è maestro in questo: ti racconta una storia con l’armonica prima ancora di aprire bocca.

Il Jazz: L’Arte dell’Imprevisto

Se il Blues è una conversazione schietta tra amici in un bar, il Jazz è un dibattito acceso e imprevedibile tra professori universitari che hanno bevuto un bicchiere di troppo. Nato a New Orleans, il Jazz ha preso il Blues e ha deciso che le regole erano fatte per essere infrante.

La differenza enorme qui è l’improvvisazione. E non parlo dell’assolo di chitarra rock preparato a casa. Nel Jazz, i musicisti compongono in tempo reale. Ascoltano quello che fa il batterista e cambiano direzione all’istante. È rischioso. A volte è un casino, a volte è magia pura.

Per l’ascoltatore non allenato, il Jazz può sembrare difficile. Ma il segreto è smettere di cercare la melodia facile e concentrarsi sul ritmo e sull’interazione tra i musicisti.

  • Il ritmo è “swingato”. Immaginate di camminare zoppicando leggermente ma con stile. Le note non cadono esattamente sul battito dritto come nel rock o nel pop, ma rimbalzano.
  • Gli strumenti a fiato (sax, tromba) spesso guidano la danza, ma il pianoforte ha un ruolo armonico molto più denso rispetto al Blues.
  • Se sentite accordi che vi sembrano “strani”, dissonanti o irrisolti, state pur certi che è Jazz. Non cercano la quiete, cercano la tensione.

Il Soul: Quando lo Spirito incontra il Pop

Io amo definire il Soul come il momento in cui il cantante ha deciso di smettere di lamentarsi (Blues) o di ragionare troppo (Jazz) e ha deciso semplicemente di urlare al mondo quello che prova, con tutta la potenza dei polmoni.

Il Soul nasce dalla chiesa. Punto. È musica Gospel secolarizzata. Prendete l’energia della domenica mattina, togliete i testi su Gesù e sostituiteli con testi su una donna o un uomo che vi ha spezzato il cuore, e avete il Soul. Ray Charles e Aretha Franklin hanno fatto esattamente questo.

A differenza del Jazz, che è strumentale e cerebrale, il Soul è vocale e viscerale. Qui la voce è tutto. La musica è al servizio del cantante.

Indizi inconfondibili del Soul:

  • C’è quasi sempre una sezione fiati, ma a differenza del Jazz dove i fiati fanno assoli complicati, nel Soul fanno dei “riff” percussivi che ti colpiscono al petto. Pam-pam!
  • Il ritmo è ballabile. Non è quel dondolio del blues, è un groove che ti spinge i piedi a muoversi. È la madre di tutto il Funk e della Disco music.
  • Sentite l’emozione spinta al limite. Nel Soul non si sussurra quasi mai. Si grida, si prega, si invoca. Raul Midon, che abbiamo ospitato, ha quella capacità tecnica di suonare jazz ma con una proiezione vocale che è 100% soul.

Il Grande Confine Sfocato: Come Distinguerli Dal Vivo

Tutto molto bello sulla carta, ma quando siete sotto il palco del Blue Days (o di qualsiasi altro festival), come fate a capire cosa state sentendo? La verità è che oggi i generi “puri” quasi non esistono più.

Tuttavia, ecco alcuni segnali pratici che ho notato in anni di organizzazione eventi:

  • Guardate il batterista. Se sta martellando un ritmo costante e pesante che vi fa battere il piede sul “due” e sul “quattro”, è probabilmente Blues o Soul. Se sembra che stia accarezzando i piatti e cambiando continuamente il disegno ritmico, come se stesse dipingendo invece di picchiare, siete in un concerto Jazz.
  • La durata dei pezzi. Una canzone Soul dura tre o quattro minuti, il tempo giusto per farvi innamorare e ballare. Un pezzo Blues può durare dai tre agli otto minuti, a seconda di quanto è ispirato il chitarrista. Un pezzo Jazz? Beh, potrebbe finire domani mattina. Scherzi a parte, nel Jazz la struttura è elastica per permettere a tutti di esprimersi.
  • L’intenzione del musicista. Nel Blues, il musicista vuole condividere un peso con voi. Nel Soul, vuole sollevarvi lo spirito ed emozionarvi. Nel Jazz, vuole sfidare sé stesso e voi, portandovi in un viaggio mentale.
  • Gli strumenti cambiano ruolo. Nel Blues la chitarra è il re. Nel Soul la voce è la regina e il basso è il primo ministro. Nel Jazz non c’è gerarchia fissa: il contrabbasso può prendersi la scena per cinque minuti mentre gli altri tacciono.

Perché a Blue Days li abbiamo messi tutti insieme?

Quando organizzavamo le edizioni del festival, qualcuno ci chiedeva sempre: “Ma perché mettete una band rock-blues dopo un trio jazz acustico?”. La risposta è che queste etichette servono più ai negozi di dischi che agli appassionati di musica.

Le radici sono le stesse. È tutto un grande albero che affonda le radici nella diaspora africana e nella storia americana. Non puoi avere il Soul senza il Gospel e il Rhythm and Blues. Non puoi avere il Jazz moderno senza la libertà che il Blues ha dato ai musicisti neri all’inizio del secolo scorso.

Nelle nostre gallerie fotografiche, se andate a spulciare le vecchie edizioni, vedrete che le espressioni del pubblico non cambiano molto da un concerto all’altro. Che ci sia una chitarra distorta o un saxofono vellutato, quello che cercavamo di portare in Italia era l’autenticità.

Alla fine, poco importa se lo chiamate Soul, Jazz o Blues. L’unica distinzione che conta davvero, come diceva Duke Ellington, è quella tra la buona musica e l’altra musica. E noi abbiamo sempre cercato di darvi solo quella buona.

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