Qualcuno ha detto che la Pianura Padana è il nostro Mississippi. Nebbia, zanzare, umidità che ti entra nelle ossa e, stranamente, una voglia matta di suonare il blues. Sembra una battuta, ma se guardate la mappa geografica del blues in Italia, vi accorgerete che molto è partito proprio da lì, tra i capannoni industriali e le osterie, prima di scendere giù a Napoli e diventare qualcos’altro.
Parliamoci chiaro: il blues in Italia non doveva funzionare. Siamo il paese del bel canto, della melodia aperta, di Sanremo. Il blues è sporco, è ripetitivo (nel senso migliore del termine), è sofferenza che diventa catarsi su tre accordi. Eppure, ha attecchito. E non come una moda passeggera tipo la lambada, ma come una radice profonda che ancora oggi, sotto l’asfalto, continua a spingere.
Se oggi scrivo qui, su queste pagine che per anni hanno raccontato il Blue Days, è perché ho visto di persona come questa musica sia cambiata. Ho visto le piazze piene per gente che, tecnicamente, non passava nemmeno in radio. Ho visto Raul Midon incantare il pubblico con una chitarra e la voce, e la Treves Blues Band far saltare gente che fino a dieci minuti prima non sapeva nemmeno chi fosse il “Puma di Lambrate”.
Dagli scantinati al vinile: come è arrivato qui
Non è arrivato con internet, ovviamente. E nemmeno con la televisione, che negli anni ’50 e ’60 era impegnata a trasmettere rassicuranti varietà in bianco e nero. Il blues in Italia è arrivato nelle valigie. Quelle dei soldati americani prima, e quelle degli appassionati di jazz poi, che andavano a Londra o a New York e tornavano con questi dischi strani della Chess Records o della Motown.
All’inizio era una cosa da carbonari. Se ascoltavi Muddy Waters o John Lee Hooker negli anni ’60 in Italia, eri un alieno. O un intellettuale di sinistra, o un musicista in cerca di qualcosa che il pop nostrano non poteva dare. C’era quel senso di “autenticità” ruvida che mancava.
Ricordo un vecchio musicista che mi raccontava di come si passavano i dischi: li registravano su cassette TDK, duplicati mille volte finché il fruscio di fondo era più forte della chitarra di B.B. King. Ma quel fruscio faceva parte dell’esperienza. Imparare i riff non era questione di tabulature scaricate; dovevi mettere il dito sul giradischi per rallentare il vinile, cercando di capire che diavolo stesse facendo quel chitarrista a Chicago.
Gli anni ’70 e ’80: L’Italia scopre il ritmo del Diavolo
Poi qualcosa si è rotto. O meglio, si è aperto. Tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80, l’Italia ha smesso di imitare e ha iniziato a suonare. Sono venuti fuori personaggi che non avevano nulla da invidiare agli americani, se non il passaporto.
Non si può parlare di evoluzione senza citare Roberto Ciotti. Se lo avete visto dal vivo, sapete di cosa parlo. Non suonava la chitarra, la maltrattava con amore. Era il nostro Eric Clapton, ma con un tocco romano che lo rendeva unico. La colonna sonora di Marrakech Express non è solo musica da film, è un pezzo di storia del blues italiano.
E poi c’è lui, Fabio Treves. Il Puma. Quando organizzavamo le line-up del Blue Days o guardavamo i cartelloni dei festival in giro per lo stivale, il nome della Treves Blues Band era una garanzia. Non era solo musica; era un’opera di evangelizzazione. Treves ha girato l’Italia con un furgone quando suonare blues voleva dire spesso suonare per la cena e poco più. Ha tenuto accesa la fiamma quando tutti guardavano al sintetizzatore e alla disco music.
È stato in quegli anni che il blues italiano si è diviso in due tronconi, entrambi magnifici:
- Quello purista, legato alle 12 battute classiche, che cercava di ricreare il suono di Chicago in provincia di Varese o Pistoia. Gente che comprava amplificatori valvolari pesanti come lavatrici solo per avere quel suono “crunch” preciso.
- Quello meticcio, che ha capito che il blues non è una gabbia ma un ingrediente. Qui entra in gioco Napoli.
Napoli Power: Quando il Mississippi sfocia nel Tirreno
Se la Padania è il Delta geografico, Napoli è il Delta spirituale. Pino Daniele ha fatto per il blues in Italia quello che la Gioconda ha fatto per la pittura: lo ha reso patrimonio nazionale. Con Nero a Metà, il blues ha smesso di essere una musica “americana” ed è diventato una lingua franca.
Pino mescolava la scala pentatonica con la melodia napoletana e il jazz. Sentivi l’accordo di settima diminuita e poi una frase in dialetto stretto che ti spaccava il cuore. Funzionava perché la sensibilità di fondo era la stessa: la malinconia, la rivalsa, la vita di strada. “A me me piace ‘o blues” non era solo un ritornello, era una dichiarazione di intenti culturale.
In quel periodo, anche il pubblico generalista ha iniziato a capire. Non serviva essere esperti di armonia per sentire che quella roba lì aveva un tiro diverso.
Zucchero e l’apertura al Pop internazionale
So che qui i puristi storcono sempre un po’ il naso. “È troppo commerciale”, dicono. “Copia troppo”. Ma onestamente, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Zucchero Fornaciari ha portato il blues (o la sua versione soul-blues) negli stadi. Ha collaborato con John Lee Hooker, con B.B. King, con Eric Clapton. Ha sdoganato quella voce rauca e quella struttura musicale in un mercato dominato dalla melodia pulita.
Senza Zucchero, probabilmente molti ragazzini negli anni ’90 non avrebbero mai comprato la loro prima chitarra elettrica. Ha creato un ponte. Magari iniziavi con Dune Mosse e un anno dopo ti ritrovavi a scavare nei dischi di Otis Redding. È così che funziona l’evoluzione musicale: serve sempre qualcuno che apra la porta principale.
L’Era dei Festival: Blue Days e i suoi fratelli
L’Italia ha una cosa che gli Stati Uniti non hanno: le piazze medievali. Sentire il blues in un club buio di Chicago è fantastico, ma sentirlo in una piazza toscana o umbra a luglio, con la pietra antica che riflette il suono e un bicchiere di vino in mano, è un’esperienza mistica.
Negli anni ’80 e ’90 sono nati i giganti:
Il Pistoia Blues è diventato leggenda. Io c’ero quando B.B. King suonava lì. L’intera città si trasformava. Non era solo un concerto, era un pellegrinaggio. Gente che dormiva nei sacchi a pelo per strada solo per sentire tre note di Muddy Waters.
Umbria Jazz, che nonostante il nome, ha sempre lasciato porte enormi aperte al blues, al soul e al gospel. Vedere James Brown o Ray Charles in quel contesto ha educato il pubblico italiano a pretendere qualità.
E poi c’erano realtà come la nostra, il Blue Days. Non avevamo magari i budget delle grandi multinazionali, ma avevamo il cuore. Il nostro obiettivo era creare un hub per chi amava la musica suonata davvero. Ricordo l’energia durante i set: non importava se sul palco c’era una star internazionale o una band locale che spaccava, l’importante era il groove. Le gallerie fotografiche che abbiamo curato per anni sono lì a testimoniarlo: sudore, corde rotte, sorrisi estatici.
La scena oggi: Niche is the new Black
E oggi? Come sta il blues tricolore?
Se guardate le classifiche di Spotify, potreste pensare che sia morto. Ma il blues non muore mai, va solo sottoterra. Oggi la situazione è paradossale: abbiamo musicisti tecnicamente mostruosi, scuole di musica piene di talenti, ma meno posti dove suonare dal vivo rispetto a vent’anni fa.
I grandi festival resistono, ma è nei piccoli club che si combatte la trincea. Ci sono locali a Milano, Roma, o spersi nella nebbia della bassa padana, dove ogni venerdì sera succede il miracolo. Band giovani che mescolano il blues con il funk, con l’elettronica, o che tornano al roots acustico con chitarre resofoniche e slide.
C’è una nuova consapevolezza. Non si cerca più di “fare gli americani”. I bluesman italiani di oggi cantano spesso in italiano, raccontano storie nostre. La crisi economica, la precarietà, la vita in provincia: sono tutti temi perfettamente blues.
Cosa è cambiato nell’ascolto
Un tempo andavi al concerto per scoprire. Oggi vai perché sai già tutto, hai visto i video su YouTube, hai ascoltato l’album in streaming. Ma la magia del live resta insostituibile. Ecco cosa noto quando vado in giro oggi:
- Il pubblico è trasversale. Vedi il sessantenne con la maglietta scolorita dei Led Zeppelin accanto al ventenne hipster che ha scoperto il blues tramite i Black Keys.
- La richiesta di qualità è altissima. Non basta fare tre accordi. Devi avere il suono giusto. Il pubblico italiano è diventato esperto, quasi rompiballe, sui dettagli tecnici. Riconoscono una Fender del ’68 da una riedizione.
- Il vinile è tornato prepotentemente. Ai banchetti del merchandising, i CD restano lì, ma i vinili vanno a ruba. Vogliamo l’oggetto, il rito.
Perché il blues non ci molla
Alla fine, perché in Italia continuiamo a suonare e ascoltare questa musica nata a migliaia di chilometri da qui? Perché siamo un popolo passionale. Il blues non richiede perfezione formale, richiede anima. E in Italia, nel bene e nel male, viviamo di pancia.
Quando il Blue Days era nel pieno della sua attività, quello che ci spingeva non erano i numeri. Era quella sensazione che si provava a fine serata, quando le luci si spegnevano, le orecchie fischiavano e ti sentivi parte di una famiglia strana e disfunzionale.
L’evoluzione della musica blues in Italia non è una linea retta. È un cerchio. Si torna sempre lì: un uomo o una donna, uno strumento, e una storia da raccontare che ti brucia dentro. Che sia sul delta del Po o all’ombra del Vesuvio, finché ci sarà qualcuno disposto a pagare il biglietto per farsi spettinare da un amplificatore valvolare, il blues in Italia starà benone.
