Fotografia e Concerti: Catturare lAnima del Blues

C’è un momento preciso, mezzo secondo prima che inizi un assolo di armonica, in cui il musicista chiude gli occhi e prende fiato. Se scatti in quel momento, hai preso solo un tizio che respira. Se scatti mezzo secondo dopo, quando le luci esplodono e il suono riempie la piazza, hai catturato l’anima del concerto. Questo è quello che abbiamo cercato di fare per anni qui al Blue Days: raccontare non solo chi c’era sul palco, ma cosa si provava a stare lì sotto, schiacciati contro le transenne, con i bassi che ti vibrano nello sterno.

Chi ha seguito le nostre gallerie fotografiche passate, scorrendo le immagini della Treves Blues Band o le performance incredibili di Raul Midon, sa di cosa parlo. La fotografia di concerti, specialmente nel blues e nel jazz, è una bestia strana. Non è ritrattistica, non è reportage puro, è una caccia. E il più delle volte, si caccia al buio.

Dimenticate la perfezione tecnica (o quasi)

Parlando onestamente, se guardate le foto iconiche del rock e del blues degli anni ’60 o ’70, molte sono tecnicamente imperfette. C’è del mosso, c’è grana (tanta grana), a volte la messa a fuoco è morbida. Ma hanno un’energia che ti stende. Oggi siamo tutti ossessionati dalla nitidezza chirurgica dei sensori moderni, ma nel blues, un po’ di sporco ci sta bene.

Quando scattavamo durante le edizioni del Blue Days, spesso le condizioni erano critiche. Club piccoli con luci rosse a LED che mandano in tilt i sensori (il rosso satura subito, perdendo ogni dettaglio), oppure palchi all’aperto dove il batterista è inghiottito dall’oscurità. La regola numero uno che ho imparato sul campo è semplice: l’emozione batte la nitidezza. Sempre. Meglio uno scatto leggermente sgranato a ISO 6400 dove si vede il sudore che vola via da una corda di chitarra pizzicata con violenza, piuttosto che una foto pulitissima ma statica, che sembra fatta al museo delle cere.

L’attrezzatura: Cosa serve davvero sotto il palco

Mi chiedono spesso “quale macchina devo comprare per fare foto ai concerti?”. La risposta delude sempre: la macchina conta meno dell’obiettivo. Se vi presentate con l’obiettivo kit 18-55mm f/3.5-5.6 che vi hanno dato con la fotocamera, passerete una brutta serata. Ecco la realtà nuda e cruda di cosa vi serve per portare a casa il risultato senza impazzire in post-produzione:

  • Il vetro deve essere veloce, punto. Un’apertura di f/2.8 è il minimo sindacale per i concerti serali. Se avete budget per un f/1.8 o f/1.4, ancora meglio, specialmente per i club dove l’illuminazione è spesso affidata a tre faretti stanchi.
  • Lasciate a casa il treppiede. Nel “pit” (l’area tra il pubblico e il palco) ci si muove in fretta, ci si urta con altri fotografi e la sicurezza non vuole intralci. Un monopiede può servire se avete un teleobiettivo pesante, ma la mobilità è la vostra arma migliore.
  • I tappi per le orecchie non sono opzionali. Sembra un consiglio da nonna, ma provate a stare a mezzo metro dalle casse durante un assolo rock senza protezioni. La sera stessa fischieranno le orecchie, tra dieci anni non sentirete più gli acuti. Investite in tappi per musicisti che abbassano i decibel senza distorcere il suono.
  • Schede di memoria veloci. Non c’è niente di peggio che la macchina che si blocca perché il buffer è pieno proprio mentre il chitarrista sta spaccando lo strumento (metaforicamente o letteralmente).

La luce è il vostro nemico (e il vostro migliore amico)

Il blues e il jazz vivono di atmosfere. Questo significa luci basse, ombre drammatiche e spesso controluce violenti. Ricordo un set acustico dove l’unica luce era un occhio di bue puntato dritto in faccia al cantante, lasciando tutto il resto nel nero assoluto. In automatico, la macchina proverà a schiarire il nero, bruciando completamente la faccia dell’artista. Risultato? Un fantasma bianco senza lineamenti.

Bisogna lavorare in manuale, o almeno in priorità di tempi, e usare la misurazione spot. Misurate la luce sul viso, bloccate l’esposizione e scattate. Se lo sfondo diventa nero pece, amen. Anzi, meglio. Isola il soggetto. Il cosiddetto “chiaroscuro” non l’ha inventato Caravaggio per caso, e nel reportage musicale funziona maledettamente bene.

Il problema dei colori LED

Una piccola nota tecnica per chi ci prova: i moderni fari a LED, specialmente quelli economici usati nei piccoli festival o nei locali di provincia, sono il male per la fotografia digitale. Emettono frequenze di luce che l’occhio vede bene, ma che il sensore interpreta male, creando delle macchie di colore piatto e innaturale, specialmente coi blu e i magenta. Se vi capita una situazione del genere, il mio consiglio è brutale ma efficace: convertite in bianco e nero. Il bianco e nero salva qualsiasi disastro cromatico e, diciamocelo, per il blues fa molto “scena”. Le gallerie del Blue Days sono piene di B/N proprio per questo motivo.

Catturare il “Gesto”

Fotografare un concerto non è fotografare una persona, è fotografare la musica attraverso il corpo. Raul Midon, per esempio, ha un modo di suonare la chitarra che è percussivo, fisico. Se scatti mentre è fermo tra un accordo e l’altro, perdi la storia. Devi anticipare.

Ecco cosa cerco io quando sono schiacciato contro la transenna:

  • Guardate i piedi, non solo le facce. Molti chitarristi blues battono il tempo o usano i pedali wah-wah con un’enfasi che è fotogenica da morire. Un dettaglio dello stivale consumato che preme il pedale racconta molto del genere.
  • L’interazione tra i membri della band è oro colato. I sorrisi d’intesa tra bassista e batterista quando azzeccano un cambio di tempo complicato sono momenti rari e preziosi. Sono quei secondi in cui non sono “star”, ma solo musicisti che si divertono.
  • La gente in prima fila fa parte dello spettacolo. Non ignorate il pubblico. Una mano alzata che sfiora la scarpa del cantante, o il riflesso delle luci negli occhiali di un fan in estasi, contestualizzano l’evento. Senza pubblico, è solo una prova aperta.

Le regole non scritte del fotografo di concerti

Se volete avvicinarvi a questo mondo, o anche solo fare scatti decenti durante le prossime edizioni di festival simili al nostro, c’è un’etichetta da rispettare. Non si tratta solo di educazione, ma di sopravvivenza professionale.

La regola dei “tre pezzi” è sacra nella maggior parte dei grandi eventi (anche se al Blue Days eravamo spesso più flessibili). Funziona così: i fotografi accreditati possono stare sotto palco solo per i primi tre brani. Dopodiché, fuori. Perché? Perché gli artisti nei primi brani sono freschi, ma dopo iniziano a sudare in modo poco estetico (anche se, come ho detto prima, a me il sudore piace), e soprattutto perché il pubblico ha pagato il biglietto per vedere la band, non la schiena del fotografo.

E poi c’è la questione del flash. Ve lo dico col cuore in mano: non usate mai, mai il flash sotto il palco a meno che non abbiate un permesso specifico e un motivo artistico valido. Sparare un lampo di luce negli occhi di un musicista che sta cercando di concentrarsi su un assolo al buio è il modo più veloce per farsi odiare o farsi lanciare una bacchetta dal batterista. Inoltre, il flash appiattisce tutto, uccide l’atmosfera scenica creata dal tecnico luci. Rispettate il buio.

Post-Produzione: Il segreto del “Mood”

Quando torni a casa alle due di notte, con le orecchie che fischiano e la scheda piena di 2000 foto (di cui forse 50 buone), inizia il secondo lavoro. Se guardate le foto che abbiamo pubblicato negli anni sul sito, noterete uno stile abbastanza coerente. Contrasti alti, neri profondi.

Nel blues, non abbiate paura di chiudere le ombre. Non tutto deve essere leggibile. Se il musicista esce dall’ombra, lasciate che l’ombra sia nera, non grigio scuro. Spesso aumento la chiarezza (clarity) locale sugli strumenti musicali per far risaltare il legno e il metallo vissuto, ma ci vado piano sui volti per non far sembrare i musicisti dei mostri di pietra.

Alla fine, la fotografia di concerti è come il blues stesso: non serve che sia tecnicamente ineccepibile, deve avere “tiro”. Deve farti sentire lì. Se guardando una foto non sentite quasi l’odore della birra rovesciata e il suono del basso, allora è solo un’immagine. Noi al Blue Days abbiamo sempre cercato di darvi di più.

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