Se devo essere onesto, riguardare le foto dell’edizione 2017 mi fa sempre un certo effetto. Non è solo nostalgia—quella la lasciamo ai poeti—è la consapevolezza che quell’anno, proprio quell’anno, qualcosa è scattato nell’ingranaggio del Blue Days. Fino al 2016 eravamo un ottimo festival; nel 2017 siamo diventati “grandi”, con tutti i rischi e i mal di testa che ne conseguono.
Chi c’era sa di cosa parlo. L’aria era diversa. E non mi riferisco solo all’umidità appiccicosa di quell’estate italiana che non dava tregua nemmeno dopo il tramonto. Parlo della tensione positiva, quella elettricità statica che senti quando sai che la lineup non è solo una lista di nomi, ma una dichiarazione d’intenti.
Oltre la musica: Cosa è cambiato davvero nel 2017
Parliamoci chiaro. Organizzare un festival blues e soul in Italia è sempre una scommessa azzardata. Il pubblico è esigente, spesso purista, e se sbagli l’acustica ti “mangiano vivo” sui social prima ancora che l’artista abbia finito il primo assolo. Nel 2017 abbiamo deciso di alzare l’asticella tecnica, rischiando grosso sul budget.
Se scorrete la galleria fotografica qui sotto, noterete subito una cosa diversa rispetto agli anni precedenti: le luci. Avevamo abbandonato i vecchi PAR a incandescenza per un setup misto che, sulla carta, doveva garantire foto spettacolari e atmosfera da club fumoso anche all’aperto.
Ha funzionato? Ni. Per i fotografi è stato un incubo—i sensori delle macchine fotografiche di cinque o sei anni fa faticavano con quei contrasti violenti tra blu profondo e spot bianchi accecanti. Ma per il pubblico? Per chi era lì, birra in mano, sotto il palco? È stato visivamente devastante. Le foto che vedete in questa pagina raccontano quella battaglia tra luce e ombra.
Il caso Raul Midon: Quando la tecnica incontra il cuore
Voglio spendere due parole su Raul Midon, perché le immagini non rendono giustizia al suono, ovviamente. Quando l’abbiamo annunciato, qualcuno ha storto il naso. “Troppo raffinato”, dicevano. “Non è abbastanza sporco per il Blue Days”.
Mai previsione fu più sbagliata. Ricordo perfettamente il momento in cui è salito sul palco. Niente band. Solo lui, la chitarra e quel suo modo assurdo di percuotere la cassa armonica mentre suona. Le foto che trovate nella sezione centrale della gallery catturano proprio lo sforzo fisico. Guardate le vene sul collo, il sudore che cola sulla chitarra.
C’è uno scatto in particolare, il numero 14 nella sequenza, dove si vede il pubblico in primo piano totalmente rapito. Non ci sono smartphone alzati. Nel 2017 cominciavamo già a essere ossessionati dai video verticali, ma con Midon? Nessuno registrava. Tutti ascoltavano. Quella “tromba vocale” che fa con la bocca ha zittito una piazza intera. È stato uno dei momenti più alti della storia del festival, punto.
La Vecchia Guardia: Treves Blues Band
Poi c’è il capitolo Fabio Treves. Il “Puma di Lambrate”. Qui giochiamo in casa, ma non crediate che sia stato semplice. Portare la Treves Blues Band nel 2017 significava celebrare una storia lunghissima, ma il rischio “effetto nostalgia” era dietro l’angolo. Invece, guardate le foto del backstage.
Fabio non si ferma mai. C’è un’immagine, verso la fine della pagina, dove lo si vede ridere con un tecnico del suono mentre regola l’amplificatore dell’armonica. Quella è l’essenza del blues in Italia. Non è roba da museo, è roba viva, che puzza di cavi elettrici e valvole surriscaldate.
La performance della Treves Blues Band nel 2017 ha avuto un impatto specifico sulla direzione artistica degli anni successivi. Ci ha insegnato che non serve per forza cercare il nome esotico oltreoceano se hai qualcuno che sa tenere il palco in quel modo, parlando la lingua del pubblico, letteralmente e musicalmente.
Analisi degli scatti: Cosa cercare in questa Gallery
Mentre scorrete le immagini dell’edizione 2017, vi invito a non guardarle distrattamente. Ci sono dettagli tecnici e narrativi che meritano un occhio più attento. Non abbiamo caricato tutto quello che avevamo, abbiamo fatto una selezione brutale per raccontare una storia.
Ecco cosa dovresti notare mentre navighi:
- Gli scatti grandangolari dal fondo non servono solo a far vedere quanta gente c’era. Guardate i bordi dell’inquadratura. Vedrete i volontari con le magliette gialle che corrono. Quello è il motore invisibile del festival che nel 2017 ha girato a mille all’ora.
- I ritratti ravvicinati dei musicisti hanno una grana particolare. Quell’anno abbiamo spinto i fotografi a usare ISO altissimi per evitare il flash. Il flash uccide l’atmosfera blues. Il risultato sono immagini forse meno “pulite”, meno da rivista patinata, ma infinitamente più vere.
- C’è una sequenza di tre foto dedicata al pubblico durante il bis finale. Notate le espressioni. Non è euforia da stadio, è quella faccia soddisfatta, un po’ stanca, di chi ha ascoltato tre ore di musica vera. È la “faccia da Blue Days”.
Le sfide logistiche (che le foto non mostrano)
Dietro questa galleria luccicante c’è stato il caos, ve lo garantisco. Il 2017 è stato l’anno in cui abbiamo capito che la location storica iniziava a starci stretta. Se guardate bene le foto panoramiche, noterete che la folla arriva quasi a ridosso del mixer. Era pieno zeppo.
Abbiamo dovuto gestire un flusso di persone che non ci aspettavamo. Le transenne, che nelle foto sembrano un dettaglio di sicurezza, in realtà quella sera tremavano. Ricordo di aver guardato il capo della sicurezza durante l’assolo di batteria e di aver pensato: “Speriamo che reggano”. Hanno retto. Ma è stata una lezione importante per il dimensionamento delle edizioni successive.
E poi c’era il problema del soundcheck. Le foto degli artisti che provano al pomeriggio, con la luce del sole che taglia il palco di traverso, sono tra le mie preferite. Sembra tutto calmo. La verità? Eravamo in ritardo mostruoso. Un cavo difettoso sull’impianto principale ci ha fatto perdere due ore. Nelle foto vedete sorrisi, ma vi assicuro che dieci minuti prima di quegli scatti volavano parole grosse tra i tecnici. È il bello della diretta, dicono.
Perché il 2017 rimane un punto di riferimento
Molti ci chiedono quale sia stata l’edizione migliore. È come chiedere a un padre quale figlio preferisce. Ma se devo scegliere l’edizione che ha definito lo standard moderno del Blue Days, dito puntato sul 2017. Le immagini che abbiamo raccolto in questa pagina documentano il passaggio dall’essere un “festival locale di buon livello” a un evento di caratura internazionale.
Non è stato perfetto. Riguardando alcune foto, vedo errori di posizionamento delle luci che oggi non faremmo mai. Vedo cavi in giro che avremmo dovuto nastrare meglio. Ma vedo anche un’energia grezza che a volte, con troppa perfezione, si rischia di perdere.
Questa galleria è un archivio di sudore, note sbagliate (poche), note giuste (tantissime) e quella sensazione impagabile di aver creato qualcosa che la gente si è portata a casa nel cuore, e non solo nella memoria del telefono. Se eravate lì, spero vi ritroviate in qualche pixel sgranato tra la folla. Se non c’eravate, beh, queste immagini sono il motivo per cui dovreste tenere d’occhio le date della prossima edizione.
Godetevi il viaggio fotografico. E fate caso ai dettagli: agli amplificatori valvolari consumati, alle mani segnate dei bassisti, agli sguardi d’intesa tra i membri delle band. È lì che vive il blues, non nelle pose studiate.
