Se chiudo gli occhi, sento ancora l’odore di polvere misto a birra calda e cavi elettrici surriscaldati. Chi non ha mai frequentato il circuito dei festival musicali “veri” – quelli gestiti con il cuore in mano e non solo con fogli Excel – forse non capirà, ma il Blue Days non era solo un calendario di date. Era un ecosistema.
Non stiamo parlando di quei mega-eventi asettici dove vedi l’artista grande come una formica su un maxischermo a due chilometri di distanza. No, qui si parlava di sentire lo spostamento d’aria della cassa della batteria dritto nello sterno. Eravamo lì, sotto quel palco, e le leggende che ci sono salite sopra non erano ologrammi intoccabili: erano musicisti che sudavano, rompevano corde e, a volte, scendevano a bere una cosa con il pubblico dopo il bis.
Voglio fare un passo indietro e raccontarvi cosa significava davvero vedere certi nomi su quella scaletta. Non la solita lista della spesa che trovate nei comunicati stampa, ma la “ciccia”, quella sostanza che ti fa tornare a casa con le orecchie che fischiano e il sorriso stampato in faccia.
Il “Puma” e la Lezione di Blues Italiano
Bisogna essere onesti: in Italia, pronunciare la parola “Blues” senza menzionare la Treves Blues Band è praticamente un reato penale. E non lo dico per piaggeria. Fabio Treves, il “Puma di Lambrate”, non è solo un armonicista. È un pezzo di storia che cammina.
Ricordo perfettamente una delle performance al Blue Days. C’è una differenza abissale tra suonare il blues e essere il blues. Treves sale sul palco e non ha bisogno di fuochi d’artificio. Ha quell’armonica che sembra un’estensione del suo sistema respiratorio. La cosa che mi ha sempre colpito dei loro set non è solo la tecnica – che vabbè, è fuori discussione – ma la capacità di tenere il palco. Fabio racconta storie, intrattiene, ti fa sentire come se fossi nel salotto di casa sua, solo che il salotto è pieno di amplificatori valvolari tirati a palla.
Vederlo duettare con la sua band è una lezione di dinamica. Molti gruppi moderni suonano tutto a volume dieci dall’inizio alla fine. Loro no. Sanno scendere al sussurro, quel momento in cui senti il tintinnio dei bicchieri al bar in fondo alla sala, per poi esplodere in uno shuffle che ti spettina. È questa gestione dell’energia che trasformava le serate del Blue Days da semplici concerti a rituali collettivi.
Raul Midon: Quando la Chitarra Diventa un’Orchestra
Poi c’è stato lui. Raul Midon. Qui entriamo in un territorio che definirei “alieno”. Se suonate la chitarra, vederlo dal vivo è un’esperienza che oscilla tra l’ispirazione pura e la voglia di tornare a casa e bruciare il proprio strumento per disperazione.
Sul palco del Blue Days, Midon ha portato qualcosa che va oltre il soul o il jazz. È pura fisica acustica. Ricordo lo scetticismo di alcuni amici prima del concerto: “Sì, ma è solo lui con una chitarra acustica, reggerà il palco principale?”. Poveri illusi. Dopo il secondo pezzo, la mascella dei presenti era collettivamente sul pavimento.
La cosa impressionante non era solo la tecnica slap percussiva o quel modo assurdo di suonare accordi impossibili. Era la “tromba”. Sì, perché Raul fa questo assolo di tromba con la bocca che, vi giuro, se chiudete gli occhi è indistinguibile da uno strumento d’ottone vero. Ma non è un trucchetto da circo, è integrato musicalmente in modo così perfetto che ti dimentichi che non c’è una sezione fiati sul palco.
Il pubblico del Blue Days, che solitamente è piuttosto esigente e preparato (non è gente che applaude a caso), è rimasto in quel silenzio religioso che si riserva solo ai maestri, per poi esplodere. Quella performance ha dimostrato che il festival non guardava solo al passato del blues, ma cercava attivamente chi stava spingendo i confini del genere verso territori inesplorati.
Non Solo Star: L’Atmosfera da Club “Elettrico”
Sarebbe riduttivo limitare il discorso ai soli headliner. La vera magia del Blue Days stava nel tessuto connettivo tra un grande nome e l’altro. Il sito web, con tutte quelle gallerie fotografiche e i video, cercava di catturare questa essenza, ma viverla era un’altra cosa. C’erano band di apertura che suonavano con una fame che raramente vedi nei musicisti arrivati.
Parliamoci chiaro, cosa rende un festival memorabile? Non è solo chi suona, è come suona tutto il resto. Ecco cosa faceva la differenza qui:
- Gli impianti audio non erano messi lì a caso. Non c’è niente di peggio di un concerto Jazz o Soul dove i medi sono impastati. Al Blue Days, se il bassista faceva una nota “ghost”, la sentivi. Sentivi il dettaglio.
- Le jam session improvvisate erano il vero tesoro nascosto. Capita spesso che, finito il set ufficiale, i musicisti non abbiano voglia di andare a dormire. Ho visto collaborazioni nascere dietro le quinte che meriterebbero un bootleg ufficiale.
- Il mix di generi era rischioso ma geniale. Mettere una band rock sanguigna subito dopo un set acustico intimista è un azzardo. Se sbagli, il pubblico si raffredda. Qui funzionava perché il filo conduttore era la qualità dell’esecuzione, non l’etichetta del genere musicale.
- Non sottovalutate mai l’importanza del soundcheck. Spesso era aperto o visibile, e per noi “nerd” della strumentazione era il momento migliore per sbirciare pedaliere, vedere che amplificatori usavano i grandi (hint: quasi sempre Fender Twin Reverb o roba vintage che costa come un’utilitaria).
L’Archivio Digitale: Perché Quelle Foto Contano
Oggi siamo abituati a consumare musica in pillole di 15 secondi su TikTok, e francamente ci stiamo perdendo qualcosa. Il sito del Blue Days, con il suo archivio di foto e video, fungeva da capsula del tempo. Riguardare quelle gallerie non è solo un esercizio di nostalgia.
C’è una foto, in particolare, che mi è rimasta impressa: un primo piano sulle mani di un chitarrista (non ricordo se fosse uno della Treves o un ospite americano) piene di calli, con le corde della chitarra ossidate dal sudore. Quell’immagine racconta più di mille recensioni. Racconta la fatica fisica che c’è dietro al fare musica vera.
I video caricati sulla piattaforma non erano quei clip patinati in 4K super prodotti. Spesso erano riprese crude, magari con l’audio che clippava un po’ sui bassi, ma catturavano l’energia grezza del momento. Servivano a chi non c’era per capire cosa si era perso, e a chi c’era per dire “Io ero lì, cazzo”. Questa funzione di hub informativo era cruciale. In un’epoca pre-social sfrenati, andare sul sito del festival il giorno dopo per vedere se eri finito in qualche foto o per riascoltare quel solo pazzesco era un rito.
Soul, Jazz e Rock: Un Minestrone che Funziona
La critica musicale spesso ama mettere tutto in scatole ordinate. Questo è Jazz, questo è Rock, guai a mischiare. Il palco del Blue Days se ne fregava altamente di queste distinzioni. E meno male.
Ho visto serate dove l’anima Soul si fondeva con distorsioni Rock in un modo che avrebbe fatto storcere il naso ai puristi, ma che faceva ballare tutti gli altri. Quando hai musicisti di calibro internazionale, le etichette cadono. Un chitarrista jazz che suona con un drive rock? Perché no. Una sezione ritmica funk sotto un brano blues tradizionale? Assolutamente sì.
Questa apertura mentale ha permesso di portare in Italia artisti che magari non riempivano gli stadi di calcio, ma che avevano un seguito di culto devoto. Gente che magari hai sentito nominare solo nelle riviste specializzate, ma che dal vivo ti spettina con una classe infinita.
Oltre la Musica: L’Eredità
Alla fine, cosa resta di tutti questi nomi passati su quel palco? Resta la cultura musicale che hanno seminato. Ogni volta che un ragazzo vedeva Fabio Treves suonare l’armonica e il giorno dopo andava a comprarsene una da dieci euro per provare a rifarlo, il festival aveva vinto. Ogni volta che qualcuno scopriva Raul Midon e iniziava ad esplorare il mondo della chitarra percussiva, il cerchio si chiudeva.
Il Blue Days non era Coachella. Non ci andavi per farti i selfie con l’outfit giusto. Ci andavi perché avevi fame di musica suonata da esseri umani per altri esseri umani. I “grandi nomi” erano l’esca, certo, ma la vera sostanza era l’esperienza collettiva di trovarsi tutti lì, sotto cassa, a prendere vibrazioni positive.
E onestamente, guardando i cartelloni di certi festival odierni pieni di basi preregistrate e playback, quella polvere, quel sudore e quegli amplificatori che ronzavano un po’ troppo mi mancano da morire. Chi c’era lo sa: su quel palco non passavano solo artisti, passava la vita.
